For a minute there, I lost myself

Era da tanto che li stavamo aspettando; qua da noi non ci venivano più da anni.
Le aspettative sui grandi rientri sono sempre sospese fra successo e delusione. Anche qui, tanta esitazione, tante ipotesi. Chissà.

I Radiohead sono una di quelle poche band davvero imprevedibili. Non puoi mai sapere cosa faranno, mai.
Esempio. Nel ’97 pubblicano Ok Computer, l’album che li consacra alla storia dell’alternative rock. Tre anni dopo un album elettronico-sperimentale: Kid A. Amnesiac, l’anno successivo, jazz. Se vi foste persi, sappiate che i successivi peggiorano il dedalo.
Insomma, una band dalle risorse straordinarie.

Venerdì, 16 giugno. Sono le 21.00 al Parco di Monza, location degli I-Days. James Blake, dopo un live stravagante fra elettronica, ambient house e R&B, congeda il folto pubblico.
9.30. Un tramonto romantico, nuvole rosa, sfumate. Lasciano un che di malinconico. La folla impazzisce. Entrano silenziosi gli headliners della serata: Radiohead. Senza introduzioni, senza luci, schermi spenti. Un grande rientro nella più disinvolta sobrietà. Scivolano sul palco uno ad uno. Thom Yorke saluta, un cenno. Attaccano con Daydreaming, dall’ultimo album A moon shaped pool, eseguito quasi unplugged: sound leggero, pochi colpi.. ci si dimentica di essere in una folla.
Esordiscono così, soffici, senza troppo baccano. Da signori, qui si sente il british.

Il live inizia a decollare con Airbag, da Ok Computer, col riff rovente di Johnny Greenwood. An interstellar bust.
Da lì un’impennata, le vertigini. I Radiohead sfoggiano l’artiglieria pesante. Senza esclusione di colpi, liquidano uno ad uno i pezzi del pubblico -da pubblico. National Anthem, Everything in its right place, All I need, Bloom.
Idioteque eseguito con ferocia; suoni taglienti, timpani lacerati. I’ll laugh until my head comes off.
Cala il buio, cala il silenzio. Dopo un’esibizione magistrale di The numbers, i proiettori abbandonano il palco a un blu intenso. La gracile acustica di Thom Yorke percorre le note di Exit Music, del tutto inaspettate. Silenzio tombale. Keep breathing.
Dopo la poesia, la prosa: Paranoid Android. Luci epilettiche e impazzite, la gente salta, non si capisce più niente. Maialini che gridano e scalciano.
Pausa, checkpoint, attimo di tregua.
Ritornano con No Surprises, il pezzo che, almeno una volta, ci ha fatto innamorare. Senza spaventarsi, lasciandosi andare.
2+2=5, apolitico e intransigente, la rivolta pura. “Berlusconi, Renzi, Thatcher, Trump… Fffff” (così Thom Yorke).
Un minuto dopo, è il falsetto di Fake Plastic Trees a riportarci a qualche lacrima, di quelle sincere. My fake plastic love -I can’t help the feeling.
E ancor più indietro, di più, di più, l’inaspettata Creep. L’adolescenza di Thom Yorke confessata al pubblico di Monza. L’inno della del disadatto. What the hell I’m doing here?
Il finale. Non poteva essere altrimenti.
È Karma Police il congedo della band, la firma. Qui non si deve aggiungere altro. Tutto il pubblico, all’unisono; un naufragio nel testo. Ci si perde. For a minute there, I lost myself. E continua a rimbombare. Il concerto finisce, si ritirano. Ma la folla continua: for a minute there, I lost myself, I lost myself…

– for a minute there, I lost myself

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