#LaNostraStoria – Parlate della mafia

Per la rubrica #LaNostraStoria, con i post più letti da quando siamo online, ripubblichiamo oggi quello di Francesca di Massimo, pubblicato il 17 maggio 2013.

Ha la mente piena di pensieri e lo sguardo turbato Paolo Borsellino mentre scende dalla sua auto, circondato dagli agenti della scorta, e si avvia verso il palazzo di giustizia.

I pensieri non sono una novità, ma il suo volto ha qualcosa di diverso, manca un sorriso, manca dal 23 maggio. Cinquantadue anni e il peso di una vita difficile. Il peso di tanti amici scomparsi, il peso dell’amico che non c’è più. E la paura di non esserci più. La fatica della dicotomia, come la chiama lui, fra molto che si conosce e poco che si riesce a condannare. La consapevolezza di essere il secondo, grande obiettivo di qualcuno che osserva tutte le sue mosse, sentendosene ostacolato. Il disgusto del sapere che, forse, quel qualcuno è diverso da chi ci si potrebbe aspettare, e sta seduto molto più in alto.

Paolo Borsellino non è morto perché sapeva troppo; erano in molti a sapere. Paolo Borsellino è morto perché era un grande uomo. Perché aveva capito da che parte bisogna stare, aveva imparato che ciò che è giusto non coincide con ciò che è conveniente, aveva deciso di non scendere a compromessi, e di non accettare che altri lo facessero. Aveva dimostrato che qualcosa non andava, e lo voleva cambiare. E aveva fiducia, nonostante tutto, nella possibilità che quel qualcosa si smuovesse, che quella piramide costruita da tanti anni di odio e paura crollasse.

Vent’anni dopo la strage siamo pieni di domande, e ancora in cerca di risposte che tardano a arrivare. Assassini, gridava la gente quella sera, fuori dalla prefettura di Palermo. Dopo tanto tempo, forse quegli assassini dovrebbero avere un nome, un volto. E delle sbarre davanti agli occhi. Dare la colpa alla mafia non basta più, sono parole vuote, un ritornello ripetuto troppe volte, recitato per ovviare a una sostanziale e abissale mancanza di informazioni. Ma la situazione non si risolve nemmeno attribuendo il tutto alla trattativa, come è diventata abitudine fare. Certo che l’attentato ne è stato un effetto, questo ormai è evidente; ma quella trattativa nasconde dietro di sé singoli individui, responsabili di un complotto tanto orribile. E’ questo che manca oggi, a vent’anni di distanza: mentre ancora risuona il boato della bomba, mentre ancora scorrono davanti agli occhi le immagini di un’auto sventrata, di corpi sventrati, di vite sventrate, non c’è alcuna responsabilità individuale. Si scoprono insabbiamenti, clamorosi errori, scompaiono testimoni. Ma nessuna responsabilità individuale.

Ci sono giorni che vale la pena ricordare più di altri; tuttavia, ricordare una volta l’anno sarebbe inutile. Paolo Borsellino ha combattuto ogni giorno per rendere il suo Paese un posto migliore. Ridurre il suo coraggio a un pensiero mentre scorre il servizio che ne parla al telegiornale sarebbe un insulto. Celebriamo la sua vita, non solo la sua morte.

E dimostriamo al mondo che ’Italia non è solo mafia e politica corrotta. L’Italia è Falcone, l’Italia è Borsellino, l’Italia è molti altri. L’Italia è gente che la mafia e la politica corrotta le combatte. E vince.

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