#LaNostraStoria – Quel maledetto settore Z

Bruxelles, 29 maggio 1985. Giusy Conti ed il papà Antonio sono da poco arrivati nella capitale belga. L’aria che si respira è elettrica, il clima è quello delle grandi occasioni. In serata infatti, proprio a Bruxelles, verrà disputata la finale di Coppa Campioni (l’attuale Champions League) fra il Liverpool e la Juventus ed in città si sono già riversati migliaia di tifosi.

Piccolo passo indietro. Giusy (Giuseppina) è una ragazza di Arezzo grande tifosa della Juventus. Quando la “vecchia signora” batte il Bordeaux in semifinale e si aggiudica “il pass” per la finale di Coppa, la ragazzina (17 anni) chiede al papà Antonio un regalo speciale: portarla in Belgio per assistere alla partita. Il padre, in virtù del buon rendimento scolastico, decide di accontentare la figlia e le regala un viaggio organizzato con annesso biglietto per il match.

Dopo queste dovute precisazioni torniamo ora a Bruxelles. Giusy e Antonio si incamminano verso lo stadio denominato “Heysel”. Heysel è un altopiano arido ed austero. Nel 1930 però, in vista della Grande Esposizione (1935), il governo decise di erigere proprio in quel lembo di terra lo “Stadio del Giubileo”. Dal 1930 al 1985 l’unica cosa che cambiò nell’impianto fu solo ed esclusivamente il nome (si decise di chiamarlo come la zona in cui sorgeva, Heysel appunto). Lo stadio agli spettatori si presenta in condizioni a dir poco pietose, solo per citarne alcune: gradinate di calcestruzzo che si sbriciolano come sabbia, ingressi larghi poco meno di un metro, reti stile pollaio per delimitare i settori…

Giusy e Antonio non fanno parte di alcun Juventus club e nemmeno di alcun gruppo ultras quindi hanno deciso di acquistare i tagliandi per un settore dove l’organizzazione decidere di inviare i tifosi cosiddetti “semplici”.
Il loro è denominato “settore Z”.

Appena all’interno dello stadio però comprendono subito che ci sono due anomalie che potrebbero risultare “pericolose”.
La prima: il settore Z sarebbe dovuto essere formato, come detto in precedenza, da tifosi “neutri” ed imparziali; invece si nota immediatamente che la stragrande maggioranza degli spettatori presenti su quei gradoni sono italiani di fede bianconera.
Seconda anomalia: accanto a Giusy ed Antonio sono presenti gli hooligans del Liverpool.
Essi sono i ragazzi facenti parte della famigerata Kop, denominazione della terrace (curva) di Anfield Road, casa del Reds e sono considerati fra i gruppi hooligans più belligeranti dell’epoca. Questi sono stipati nei settori adiacenti il settore Z, il settore X e Y. La capienza di questi ultimi è, sulla carta, di 17mila spettatori ma si contano a occhio circa 5mila unità in più. Ci si rende quindi subito conto del gravissimo azzardo: la curva è composta per due terzi da inglesi mentre uno spicchio è di semplici tifosi bianconeri. Ed è stato proprio questo il vero grande errore della macchina organizzativa belga.

In quegli anni infatti la legge non scritta degli hooligan prevedeva che, in caso di spartizione della curva con i tifosi dell’altra squadra, si doveva dare vita ad un “confronto” a suon di calci e pugni. La posta in palio, naturalmente, il possesso dell’intera curva. In quel periodo, nel Regno Unito, quello che succedeva in questi casi era una scazzottata di gruppo che si concludeva con l’intervento della polizia che placava gli animi e divideva le opposte fazioni. Gli inglesi però non avevano tenuto in considerazione due fattori:
1) quelli che andavano ad affrontare non erano hooligans o ultras come loro ma famiglie o compagnie (fra l’altro alcune arrivate dalla stessa Inghilterra) che avevano come unico desiderio quello di assistere alla partita;
2) le condizioni dello stadio.

La carica è brutale. A comandarla un supporter che in seguito si rivelerà essere un ex parà reduce dalla guerra nelle Falkland.
Giusy e Antonio si vedono caricare da migliaia di bestie inferocite che hanno inquadrato la loro preda ed ora non vedono l’ora di sbranarla ed espellerla dal loro territorio. Gli inglesi non ci mettono molto a distruggere la recinzione che divideva settore Y e Z e raggiungono indisturbati il settore dove padre e figlia avevano preso posto da poco.

Il resto è storia; anzi, cronaca nera. Il muro pieno di crepe che non regge l’impatto degli spettatori del settore Z che tentano la fuga, gli stessi spettatori che cercano di invadere il terreno per non finire travolti dalle macerie, la polizia che invece decide di bastonarli e ammassarli ancor più nel settore, le urla, la disperazione…la morte.

La morte che si porta via 39 persone di quel maledettissimo settore Z. La morte che si porta via anche Giusy. La morte che, in casi come questi, ci lascia basiti e senza parole.
O meglio, di parole da spendere ce ne sarebbero molte ma sarebbe fiato sprecato; Rocco, Bruno, Giancarlo, Andrea (10 anni), Giovanni, Nino, Giuseppina, Dionisio, Eugenio, Alfons, Willy, Francesco, Giancarlo, Dirk, Jaques, Patrick, Alberto, Giovannino, Roberto, Barbara, Franco, Gianni, Sergio, Loris, Luciano, Luigi, Benito, Domenico, Antonio, Claude, Jean Micheal, Mario, Domenico, Tarcisio, Gianfranco, Mario, Amedeo Giuseppe, Tarcisio e Claudio non ci sono più e non sarà certo un grido di sdegno e di disperazione che permetterà loro di riabbracciare i propri cari.

A 30 anni esatti da quella maledetta e folle serata uno dei simboli rimane la foto che apre questo articolo. Essa ritrae una ragazza disperata ed esanime fra le braccia di un uomo che chiede aiuto… La ragazza in questione è proprio Giuseppina Conti. Penso non ci sia niente da aggiungere se non un monito forte e diretto:

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