#Liberamente – La giacca verde

Prendete come sfondo l’Italia durante la seconda guerra mondiale, immaginate due protagonisti che, sconosciuti, si ritrovano per caso a condividere un letto singolo mentre fuori, oltre le colline, gli aerei bombardano il territorio. Scegliete gli esseri umani che, nonostante il mondo stia cadendo a pezzi, preferiscono non rinunciare alla vanità per sentirsi, forse un’ultima volta, ancora importanti.
Se questo mondo che vi ho appena descritto è riuscito ad incuriosirvi, allora siete nel posto giusto, perché tutto ciò è “La giacca verde” di Mario Soldati.

Il romanzo si apre con il maestro W. Che, scelto dal commendatore (personaggio ricorrente in alcuni romanzi di Soldati), ha appena firmato un contratto per dirigere L’Otello di Verdi. Una volta sul podio, però, questo sembra turbato e, dopo un paio di interruzioni, lascia misteriosamente la sala e si dice malato, disposto a rifiutare il ruolo e quindi il profumatissimo compenso. Non convinto di questa giustificazione, il commendatore lo attende nella camera d’albergo e qui lo trova, oltre che in perfetta salute, in compagnia di una donna. L’uomo pretende allora una spiegazione, ed è qui che inizia la vera storia.
La causa della rinuncia, rivela W., è la presenza di Romualdi, il timpanista dell’orchestra, già conosciuto durante la Seconda Guerra Mondiale quando entrambi erano rifugiati tra le colline abruzzesi. Quell’uomo, ai tempi, si era spacciato come un grandioso maestro d’orchestra mentre W., poiché ebreo, aveva assunto l’identità di un qualsiasi ragioniere. Quest’ultimo, nonostante si fosse accorto della farsa messa in atto dal timpanista, lo assecondava per non ferirlo e per avere le attenzioni di Marta, bellissima donna romana, che li ospitava entrambi in casa sua. È questo il motivo per il quale W. non riesce a dirigere L’Otello, perché si sente colpevole di aver illuso quell’uomo.

Lo stile di scrittura di Soldati è molto pulito, chiaro e formale. Non è difficile imbattersi in qualche parola in lingua inglese, ma nulla di incomprensibile. La prosa, dunque, risulta scorrevole e piacevole, adatta ad un romanzo breve che non si perde mai in ampollose descrizioni o ghirigori inutili. Mario Soldati è un autore del quale sicuramente leggerò parecchie altre opere, nei prossimi mesi, quindi aspettatevi di ritrovarlo qui.

Il flashback che genera la vera trama del romanzo è narrato da W. che, da un punto di vista onnisciente, ci racconta la vicenda. Essendo un musicista, per lui sarebbe impossibile non conoscere un così celebre direttore d’orchestra come Romualdi si professa. Dunque, la farsa viene smascherata subito, ma non palesata al resto dei personaggi. Inoltre, essendo ebreo, W. è costretto a trovare una nuova identità che nessuno scopre, dunque lui è un bugiardo che scopre la bugia di un altro uomo e, subdolamente, non la rivela ma anzi, riesce persino a trarne un vantaggio.
Con questo romanzo Soldati espone su un tavolo le fragilità umane come il non poter fare a meno di mentire nonostante il contesto storico sia così grave, l’approfittare delle debolezze altrui attraverso meschinità o inganni e, infine, la forza del senso di colpa.
Durante un passaggio del romanzo, è facilissimo comprendere quanto W. giudichi Romualdi inferiore a lui: il finto direttore d’orchestra dice di aver composto un’opera, che poi si rivelerà essere il Werther di Jules Massenet, ma di non possederne una copia cartacea a causa degli spostamenti di guerra. W., che invece conosce a memoria l’opera, lo invita a guidarlo al pianoforte e a ricomporla, pezzo per pezzo. Ovviamente il protagonista suona accordi simili ai reali per generare nell’altro il ricordo dell’originale e così, in poco tempo, l’opera viene scritta e il finto maestro acclamato dalla folla ingenua. Risulta difficile capire chi sia tra i due l’impostore, poiché Romualdi appare come un personaggio alla ricerca di attenzione e W. come un misero burlone, ma forse è proprio questo che Soldati intendeva comunicare. Tutti mentono, tutti sono colpevoli e quindi, allo stesso tempo, sono vittime.

Il titolo “La giacca verde” è dovuto all’indumento che Romualdi indossa dall’inizio alla fine, una bella giacca verde, forse un po’ datata, ma comunque elegantissima e di ottima fattura. Questo capo è proprio “l’abito che fa il monaco”, perché infonde stima e rispetto a tutti coloro che la osservano. Immaginate di vedere un uomo con una corona e un mantello arrivare dal nulla, automaticamente lo assocerete all’idea di un sovrano, e dunque rispetto. Grazie alla giacca verde, Romualdi rafforza le sue bugie riguardo alla professione e diventa molto più credibile agli occhi dei paesani, ingenui e ignoranti, che iniziano dunque a osannarlo. Inizialmente l’uomo genera questo tipo di sentimenti anche a W. che però, in poco tempo, capisce benissimo la messinscena ma, non volendo smascherarla, continua a fingere un misto di vassallaggio e sottomissione. Insomma, W. illude Romualdi di essere potente e forte e quest’ultimo, ormai immedesimato al meglio nel suo ruolo, ci casca con tutte le scarpe.

Non ho nulla da aggiungere, signori. Leggete questo libriccino, è breve, piacevole e molto intelligente.
Vi do appuntamento alla prossima settimana, un saluto!

di Jacopo Milani

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