Una scommessa tutta da costruire

Si conclude il nostro speciale con i commenti sul risultato delle primarie del Partito Democratico scritti da sostenitori dei diversi candidati alla segreteria. Oggi pubblichiamo quello di Andrea Tiraboschi, sostenitore mozione Renzi nonché segretario circolo PD di Alzano Lombardo.

Queste primarie sono state uniche, sotto molti aspetti. Per la prima volta non sanciscono un cambio di leadership e strategia, anzi confermano, con numeri importanti, una classe dirigente, un leader e una visione politica. Renzi è il primo segretario ad essere eletto per un secondo mandato da quando esiste il PD, il primo dopo 4 segretari. Inoltre la partecipazione sopra le attese (quasi due milioni), seppur in calo rispetto alle precedenti, suggerisce che Renzi rimane un leader con un certo appeal, sia all’interno del partito che fra i suoi iscritti.

Le buone notizie e le certezze finiscono qua. Il futuro, tema caro al renzismo, è tutto da scoprire ma soprattutto costruire. Provo a sintetizzare i problemi sul tavolo.

Lo stile di leadership

Pare evidente innanzitutto che Renzi non cambierà il suo modo di essere, rimarrà un fuoriclasse che tenderà a giocarsi la partita in solitudine. E’ la sua principale forza e limite, non avendogli consentito di costruire nel tempo un gruppo dirigente nuovo che potesse aiutarlo nella gestione del governo e nella strategia di lungo periodo. Ha provato a cambiare rotta facendosi affiancare dal ministro Martina nella corsa al congresso, uomo mite e giocatore mediano, sicuramente di un’altra storia politica. E’ una scommessa sia per lo stile di leadership che per la ricostruzione di un partito meno PD-renziano ma più collegiale. Può rappresentare Martina quel contrappeso a sinistra che serviva a Renzi? Martina a sua volta rappresenta quel pezzo di storia? Dovrà riprendere un dialogo anche con Orlando. E’ un processo tutto da costruire e verificare.

Il ruolo del partito

Il secondo aspetto significativo è riorganizzare il partito, indebolito e in difficoltà specialmente dove nel tempo era più forte, ossia nelle regioni rosse. Il tema non è semplice. Ritengo che il Pd, insieme forse alla Lega Nord, sia uno dei pochi partiti rimasti con un radicamento territoriale e con una dialettica interna importante. Il M5S rappresenta un modello nuovo e alternativo di organizzazione delle istanze politiche che però non convince per vari aspetti, a partire dalla scarsa democrazia interna. Il rilancio del partito non può essere allo stesso tempo la mera riproposizione di un modello novecentesco, superato per una serie di ragioni. Ed è da rifiutare la riconduzione del partito a mero comitato elettorale o megafono del segretario, o anche a un solo strumento di comunicazione, come nell’intuizione –errata a mio avviso – di Renzi che basta essere sulla rete per poter contrastare il M5S.

Il Pd inoltre presenta alcuni aspetti peculiari. Negli anni ha sofferto non poco la difficoltà a plasmare una propria identità e una propria funzione sociale e politica. Quale spazio coprire dell’arco politico? Quali soggetti e istanze rappresentare? Quale identità in conclusione darsi? Domande per certi versi con troppe risposte e discussioni fin dagli albori, quando il Pd rappresentava ai più una conclusione di quanto iniziato da Moro e Berlinguer. A mio modo di vedere, il tramonto dei partiti storici moderni e delle storie novecentesche, siano moderate/cattoliche o di ispirazione socialista, può suggerire un’esegesi diversa della nascita del Pd. Se il mondo si divide fra nazionalisti/mondialisti, società aperta/chiusa, protezionisti/fautori del mercato aperto, il Pd può assumere un ruolo maggiormente efficace all’interno di queste fratture politiche rispetto a quelle novecentesche. Questa tendenza offre una maggiore chiarezza di valori e obiettivi, rendendoli più facilmente condivisibili e spiegabili. Ovviamente ci sarebbe molto da precisare e aggiungere.

Il governo

Renzi è stato al governo negli ultimi tre anni. Il suo governo come altri è stato un governo con alti e bassi. Sono uscite recentemente le statistiche relative al miglioramento di turisti nei musei con i direttori scelti tramite bandi internazionali, voluti fortemente da Franceschini e Renzi. I dati non lasciano dubbi, fu una scelta felice e ha ridato smalto, nonché sostenibilità economica, a molti musei italiani. Industria 4.0 è un efficace programma di innovazione industriale in cui finalmente si ritorna a fare politica industriale, individuando strategie di lungo periodo. La riforma costituzionale era infine il risultato di un lavoro iniziato dal governo Letta, dai saggi di Napolitano e completato da Renzi per superare alcuni problemi che negli anni sono diventati insostenibili. Nei singoli temi la riforma godeva del consenso della maggioranza degli italiani e tutt’ora troverebbe larga condivisione. L’essersi isolato e inimicato praticamente tutte le forze politiche e interi settori dell’opinione pubblica, ha impedito a Renzi di portare a casa la riforma nel suo complesso. Anche la buona scuola, che aveva al suo interno elementi positivi, è risultata di difficile implementazione anche per la contrarietà di gran parte del corpo docente.

La sfida che ha davanti Renzi è di continuare ad essere innovatore come è stato capace talvolta in vari settori, accompagnando però agli annunci e al decisionismo la fatica della condivisione con gli operai, i docenti o chiunque si troverà davanti nella discussione. I tempi del governo si dilatano ma al netto di resistenze per rendite di posizione, per i quali non bisogna aver timore ad utilizzare pugno di ferro, le riforme avranno maggiore efficacia.

Ricostruire un dialogo

La principale sfida per il centro sinistra era non più di cinque anni fa la “questione settentrionale”. Un territorio vasto, produttivo, per certi versi sulla frontiera, in termini di innovazione, dinamismo, produttività non si sentiva rappresentato dal mondo progressista. Il Pd di Renzi soprattutto in Lombardia è riuscito a farsi comprendere, raccogliendo consensi anche in questa parte d’Italia, grazie anche al lavoro fatto prima e approfittando del fallimento del governo ventennale di lega e forza italia.

Ora la sfida è quella di riprendere un legame con gli “sfiduciati”, con chi si sente abbandonato e senza tutele nelle intemperie del mercato del lavoro e della globalizzazione “senza regole”. A chi si sente solo e senza aiuti di fronte a una società che rende precari sotto tanti punti di vista.

Non credo esistano ricette pronte all’uso. Dovremo far di più sul lato delle tutele e delle politiche attive ma dovremo anche lavorare per cambiare il rapporto fra istituzioni e cittadini, trovando insieme delle soluzioni ai problemi. E per ottenere soluzioni occorrerà un orizzonte strategico che in qualche modo sarà in capo a Renzi e ai suoi collaboratori delineare.

Il lavoro è tanto ed si è solo all’inizio.

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