#Liberamente – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

Se, immaginiamo, ci venisse chiesto di rispondere alla domanda: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”, ho buone ragioni per credere che tutti faremmo un bel baccano per cercare di prendere parola e dire la nostra; ma sono anche sicuro che alla fine molti di noi, microfono alla mano, si ritroverebbero nell’imbarazzante condizione di dover parlare di fronte a un pubblico feroce senza avere la minima idea di cosa dire.

Una risposta convincente potrebbe essere quella scritta nei diciassette racconti che l’americano Raymond Carver, nel 1987, ha intitolato proprio così: What we talk about when we talk about love.

Chi, rapito da un titolo così provocatorio, ha già pronte carta e penna su cui annotare frasi, aforismi o presunte verità, lasci perdere: in questo piccolo volume non troverà niente di simile. Anzi: al termine di ogni breve, brevissimo racconto, sarà sorpreso dalle stesse domande di partenza e a cui sperava di trovare risposta. A queste, poi, si aggiunga anche un nuovo quesito dato dalla storiella appena letta, che, grosso modo, dovrebbe essere questa: “E quindi?”.

Sì, perché non solo Carver sembra non sapere cosa sia l’amore, ci gira intorno come uno studente che ha studiato poco e male, ma i suoi racconti lasciano addosso un senso di fastidiosa insoddisfazione. Verrebbe da prendere il libro e restituirlo alla libreria. Entriamo nella casa di una coppia appena sposata, giusto il tempo di origliare un’ insignificante conversazione, vederli bere un drink o fare colazione, e il racconto è bello che finito. E ci sentiamo a tutti gli effetti degli intrusi, ospiti non invitati. Cosa ci interessa, a noi, sapere che cosa si dicono un marito e una moglie in crisi seduti in cucina, di fronte a una vodka, poco prima di andare a dormire? Ma andiamo avanti comunque, in fondo abbiamo speso dei soldi, il libro è corto, i racconti durano sì e no quattro pagine l’uno, in un paio di giorni ce la dovremmo cavare. Il primo racconto, poi il secondo, quindi il terzo… ecco, a questo punto, quando la nostra incredulità s’è ormai assuefatta alle banalità di una narrazione tanto povera di eventi, sentiamo che i testi cominciano a parlarci. Carver, in una sorta di rito di passaggio, ci ha spogliati dei nostri miti e delle nostre credenze, quelle strambe teorie sull’amore, affascinanti sì, ma che adesso ci suonano solo come parole vuote. E allora, piano piano, cominciamo a capire.

Innanzitutto il modo in cui scrive non ci dispiace così tanto. Niente paroloni, niente frasi dalla dialettica infallibile. Capita spesso, in questi racconti, che il narratore non sappia quale parola sia la più adatta a descrivere ciò che sta accadendo. Cosa è che sto provando, «paura», «terrore», «ansia»? Non lo sa. E, di rimando, non lo sappiamo neanche noi. Ma questo, in un modo o nell’altro, ci piace perché quante volte anche noi non siamo stati in grado di capire quello che avevamo davanti o meglio, capire cosa stava succedendo ma non averne cognizione? L’ossessione per la parola che magari può far passare notti insonni a un qualsiasi altro scrittore, per Carver non è un problema.
Secondo punto. Carver non sa cos’è l’amore. Questo è chiaro sin dal primo racconto (Perché non ballate?) in cui una giovane coppia contratta la vendita di qualche pezzo d’arredamento con un uomo di mezza età. Questo signore fa partire un disco e offre da bere e così i due ragazzi, intiepiditi dall’alcol, si sciolgono e alla fine ballano. Fine.
Eppure, chissà perché, noi stiamo capendo che al di là delle grandi, epiche storie d’amore, c’è il mondo vero con la sua banale e ripetitiva quotidianità. Quando parliamo d’amore, sembra dirci Carver con la sua prosa scarna almeno quanto i suoi racconti, non parliamo né dell’inizio di un amore, né della sua fine, ma parliamo di tutto quello che c’è in mezzo, e cioè un bel niente, che poi è un bel tutto, perché è forse troppo semplice, e scontato, e poco stimolante commuoverci solo quando una cosa inizia o quando una cosa finisce.

Di contro, Carver ci prende per mano e ci tiene immobili accanto a una coppia di amici che, lasciate le mogli a casa, chissà per quale motivo uccidono due passanti; o sul ciglio del negozio di una pasticceria a cui era stata ordinata una torta ma che poi, disgraziatamente, non verrà ritirata. Carver ci costringe a guardare, non proprio volentieri, la realtà. Con tutta la sua grazia, la sua banalità, i suoi dolori.
Ma allora, di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Leggere Carver è cadere in picchiata dentro le cose, dentro il loro cuore.
E quando si tocca il cuore, si sa, beh, allora credo proprio che quello sia amore.

di Gabriele Orsi

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