#Liberamente – Una pagina d’amore

Sarà certamente capitato a molti, al liceo, di studiare i romanzi di Flaubert e Emile Zola. Avete presente, no? Esponenti del naturalismo, quella corrente letteraria sviluppatasi in Francia, nella seconda metà del 1800, secondo la quale la letteratura sarebbe in grado di analizzare e riproporre le società e la natura umana con la medesima oggettività con cui le scienze studiano i fenomeni naturali. Nel caso di Emile Zola, il risultato di questa ideologia fu il ciclo di romanzi intitolato “Les Rougon-Macquart”, venti libri nei quali si andava ad analizzare una famiglia e i propri discendenti, ognuno appartenente ad un ceto sociale differente.
La letteratura naturalista, molto prolissa e ricca di approfondimenti, circa un secolo dopo sembrava essere scomparsa e aver lasciato il posto all’asciuttezza del linguaggio proposta da Hemingway. In effetti, la narrativa moderna pare esser figlia di genitori come Hemingway o Carver, più che di Flaubert e Zola. Date queste premesse, mi sono sempre chiesto se fosse necessario, al giorno d’oggi, leggere Madame Bovary oppure un romanzo dei Rougon-Macquart, opere forse giudicate superate.
Alcuni mesi fa, ricevo una proposta di lettura da parte di una casa editrice che mi chiede di scegliere un romanzo dal loro catalogo per recensirlo, ed è proprio su questo sito che mi imbatto in “Una pagina d’amore”, libro numero otto della serie dei Rougon-Macquart. Un mese dopo, inizio a leggerlo.

Trama

La storia è ambientata intorno al 1850, ci troviamo nella periferia Parigi e Hélène, vedova da più di un anno, vive qui in compagnia della sua figlioletta Jeanne, bambina dalla salute cagionevole e dall’equilibrio psicologico molto precario.
Una notte, Hélène si sente poco bene e chiama il suo vicino di casa, il dottor Henri Deberle. A questa conoscenza seguiranno quelle di sua moglie Juliette e degli amici della coppia. Tra Hélène e Deberle nasce un sentimento di amore che però la bambina, gelosa della donna, non accetterà mai. Una sera dei mesi successivi, Jeanne, aspettando sotto la pioggia il ritorno della madre incontratasi di nascosto con Henri, si ammala gravemente e, dopo una lunga agonia, muore. Hélène, divorata dal senso di colpa, rinuncia a monsieur Deberle e sposa un uomo consigliatole dall’abate amico di famiglia.

Lo stile di scrittura di Emile Zola è davvero perfetto, senza una sbavatura o un’imperfezione, sempre sobrio e mai imparziale. Senza ombra di dubbio, Emile Zola ci sapeva fare. Eppure, questo è un romanzo bello ma noioso. Già, perché la trama, triste e plausibile, che di certo raffigura alla perfezione la società francese dell’epoca, è priva di picchi emotivi e davvero troppo appesantita da innumerevoli descrizioni minuziose e esageratamente dettagliate. Questa è però una delle critiche che non muovo al singolo romanzo bensì al Naturalismo in sé, che delle descrizioni faceva il suo punto di forza. Capita più volte di leggere due, tre pagine, nelle quali viene descritto il cielo durante il tramonto, oppure è comune incontrare dialoghi e dialoghi tratti da giochi che la bambina fa da sola, nella sua stanza, immaginando di trovarsi ad un tè pomeridiano con nobildonne fittizie. Insomma, il romanzo a causa di questa spesso inutile prolissità risulta poco scorrevole e, come già detto, a tratti noioso.

Ricollegandomi alla domanda fatta all’inizio, è dunque necessario oggi leggere Madame Bovary o i Rougon-Macquart?
Certamente sì. Per quanto Zola e Flaubert siano entrambi maestri, quest’ultimo è di sicuro molto meno noioso rispetto all’altro grazie ad espedienti narrativi come il nascondere le descrizioni dietro alle azioni, parlare molto di più di amore e forse anche perché, più che del naturalismo, Flaubert sembra vestire più i panni del realismo, corrente parallela ma leggermente diversa. Nonostante ciò, Zola è un autore che va letto almeno una volta nella vita, ovviamente non è necessario leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart (se volete potete farlo, chiaro), ma almeno uno o due romanzi credo siano necessari, soprattutto se siete amanti della letteratura come me. Immaginate i due autori francesi come un televisore in bianco e nero, poi pensate a Hemingway come uno schermo a colori. Se non ci fosse stato il predecessore, l’attuale non esisterebbe.

di Jacopo Milani

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