L’emozione di ascoltare Saviano

Al giorno d’oggi leggere un libro è davvero una perdita di tempo? Dagli ultimi dati in cui si evince che gli italiani e in particolar modo i giovani italiani non leggono più come una volta, pare che la lettura sia passata in secondo piano. Quindi cosa si preferisce fare? Passare ogni nostro istante libero attaccati allo smartphone. Ma siamo sicuri che leggere sia così inutile? Ascoltando ieri sera Roberto Saviano, ospite d’onore congiunto della Fiera dei Librai Bergamo e del Premio Nazionale Narrativa Bergamo, nella splendida cornice del Teatro Donizetti, pare proprio di no: “la letteratura ti fa vivere, ti entra nella testa e anche nella pancia e non ti lascia più. Mi piace sempre citare una frase del mio caro professore Umberto Eco il quale sosteneva che chi non legge avrà vissuto una sola vita: la propria; mentre chi legge avrà vissuto 5000 anni. Ma proprio per la sua forza la letteratura è temuta, temuta da chi non vuol far conoscere la realtà, temuta da chi vorrebbe mostrare solo i lati positivi di una terra o di un potere.”

L’autore di “Gomorra”, di “Zero Zero Zero” e della recentissima “Paranza dei bambini” ha illustrato agli attenti spettatori in sala l’importante peso della parola inteso come forza per far smuovere difficili contesti e per denunciare il malaffare e l’omertà: la parola è “come un’armata” come disse il poeta e scrittore cubano Reinaldo Arenas. La parola serve a qualsiasi lettore per vivere appieno una storia e di immedesimarsi nei personaggi. Saviano poi per far capire la potenza della letteratura cita un brevissimo verso della poetessa polacca Wislawa Szymborska, che aveva recitato in passato durante uno dei suoi interventi nel programma televisivo di “Amici” di Maria de Filippi:

ascolta come mi batte forte il tuo cuore

“Un verso semplice, così breve e apparentemente facile ma talmente esplicativo che chi lo legge pensa ‘ecco, è esattamente quello che vorrei dire io, o che ho pensato io”.

Poi ci sono parole che “fanno battere il cuore”, e cita un episodio accaduto a Philip Roth, che alla domanda quale sia il libro più bello che abbia mai letto risponde “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Perché? “Perché quando leggi Primo Levi non leggi di Auschwitz, ma senti che sei stato ad Auschwitz; non leggi di diversi personaggi, ma senti che hai conosciuto davvero quei personaggi. Quando leggi Primo Levi ti senti tatuati sulla pelle i numeri dei prigionieri dei campi di concentramento. Questa è la potenza della letteratura. E questo è quello che fa più paura, perché quello che scrivi diventa di chi lo legge”.

Di seguito le parole che indagano su un fatto di cronaca per far sì che la società rifletta, come fecero Ryszard Kapuściński o Truman Capote. Ma perché le parole fanno così paura al potere? “Viene perseguitato chi denuncia con una poesia o un romanzo per il successo di quella denuncia, perché quel racconto arriva a molte persone. E queste persone, una volta ‘vissuti’ attraverso la parola scritta, rifiutano i soprusi, possono ribellarsi” così Saviano. Esempio attuale di questo tipo di letteratura è senz’altro Malala Yousafzai, la giovane ragazza pakistana, premio Nobel per la Pace 2014, che ha sfidato i talebani, signori dell’Afghanistan primo produttore mondiale, con il 90%, di eroina.

“Ricordatevi ragazzi che la parola è possibilità di azione, per un libro o per un semplice tweet si può anche morire.”

Nel corso del suo intervento, Saviano ha ricordato Franco Rosi, Vittorio De Sica, Curzio Malaparte e il neo realismo come esempi di reali testimoni di un periodo storico difficile e scomodo per alcuni. “I detrattori hanno un trucco: delegittimare, infangare, cercare di far passare chi usa la potenza delle parole come un diffamatore. Ma denunciare ciò che non va è salvare la parte bella che c’è. La parte buona di una città, di una società”. E così non manca di ricordare Pasquale Locatelli, uno dei più potenti narcotrafficanti internazionali, bergamasco di nascita, citato nel suo “Zero Zero Zero”: “mi hanno insultato sui social quando ho ricordato che è un bergamasco, ma non significa certo che tutta Bergamo è come lui…”.

Verso la fine del suo intervento racconta la drammatica situazione romanzata, ma neppure troppo, nella sua ultima opera “La paranza dei bambini”:

“Il nome paranza viene dal mare. Chi nasce sul mare non conosce un solo mare. È occupato dal mare, bagnato, invaso, dominato dal mare. Può starci lontano per il resto dell’esistenza, ma ne resta zuppo. Chi nasce sul mare sa che c’è il mare della fatica, il mare degli arrivi e delle partenze, il mare dello scarico fognario, il mare che ti isola. C’è la cloaca, la via di fuga, il mare barriera invalicabile. C’è il mare di notte.”

I “mini-boss” si sostituiscono ad una generazione di criminali che, come la società civile, non è più in grado di gestire la propria eredità. Napoli non è poi così cambiata molto dai tempi di Gomorra, forse è rimasta dannatamente immobile. Alla generazione di Schiavone è succeduta quella di piccoli/grandi giovani criminali senza un futuro che si muovono in totale libertà in una città fantasma in cui “non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano”. Una camorra 2.0 formata da bande di quindicenni con un codice d’onore molto forte ed antico, ma con moderni mezzi di comunicazione quasi come i terroristi dell’ISIS con i quali condividono ambizioni e affinità culturali. A riguardo Saviano ha poi fatto vedere un video di Enzo Dong, un rapper napoletano che in un suo pezzo canta mentre sullo sfondo alcuni ragazzi sventolano le bandiere nere dei terroristi islamici.

L’autore ha concluso l’incontro con un’ultima citazione, un piccolo regalo per dare la forza nell’andare avanti, della poetessa bulgara Blaga Dimitrova:

“Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa un sentiero”.

E il pubblico del Donizetti ha risposto con un’emozionante standing ovation. Torna presto a Bergamo, Roberto!

di Mattia Barcella

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