Autopsy

Se vi dicessi che esiste un documentario dove un gruppo di ragazzi dimostra l’esistenza dei Troll e scopre un’organizzazione governativa nata per controllarli? Mi prendereste per matto o chiamereste i redattori di Mistero? Se qualcuno ha colto il rimando forse ha visto, o si ricorda, di un film del 2010, un mockumentary norvegese chiamato Trolljiegeren, Troll Hunter. Mockumentary, per l’appunto, quindi mettete giù il telefono, nemmeno Roberto Giacobbo vi prenderebbe sul serio. Forse.

Una vera sorpresa, Troll Hunter, un piccolo gioiello che riprende lo stile narrativo di Cloverfield, per intenderci, giocando con il folklore nordico e facendolo dannatamente bene. Da quel film, globalmente apprezzato, la carriera di André Øvredal non poteva che uscirne in ascesa. Per vedere tuttavia il bravo regista nordeuropeo in una produzione americana occorre aspettare fino al 2016 e a The autopsy of Jane Doe.

Film scritto da Ian B. Goldberg (Terminator: The Sarah Connor’s Chronicles, Criminal Minds, C’era una volta) e da Richard Naing, appare a prima vista il classico horror low budget come se ne vedono parecchi ormai da troppi anni. Basta poco, però, a rendersi conto di come qui ci sia più di quello che sembra e il plot semplice non è affatto limitativo, bensì funzionale. I due sceneggiatori ambientano tutta la storia nel sotterraneo di casa Tilden, dove Tommy e Austin, padre e figlio, lavorano come medici legali. A complicargli la nottata, lo sceriffo porta il cadavere di una ragazza sconosciuta, denominata quindi Jane Doe, perché la coppia scopra tutto quello che può a riguardo. L’indagine porterà ovviamente sviluppi inquietanti, quando la bellissima giovane morta si dimostrerà qualcosa di inaspettato.

Øvredal e soci sanno quello che fanno e puntano a evitare tempi morti, sfruttando ogni scena e ogni minuto. Elaborando la trama in un’unica notte focalizzano l’attenzione dello spettatore, che non ha tempo di perdersi in tante location differenti o in giorni che passano. L’azione è lì, secondo per secondo, quello che scoprono i Tilden lo scopriamo noi e la chimica fra un grande Brian Cox (Braveheart, The Bourne Identity, Zodiac) ed Emile Hirsch rende emozioni, dinamiche famigliari e reazioni umane finalmente realistiche. Coadiuvati poi da effetti speciali decisamente riusciti, che non lesinano in sangue e gore, ogni momento dell’autopsia regala sensazioni contrastanti, dal fascino al rigetto, non mancando di menare pugni allo stomaco in più occasioni. A tutto ciò uniamo il bilanciamento dei colori e il sapiente uso delle luci, che portano l’ambiente caldo e famigliare a divenire, nel corso della narrazione, un luogo inquietante. Tocchi di classe che non mancano di essere apprezzati.

Gridiamo quindi al capolavoro? No, purtroppo no. Autopsy, titolo nostrano, perde curiosamente colpi proprio nel raggiungimento del climax, in una parte centrale che pare forzare jumpscare non sempre necessari o comunque prevedibili. Impossibile non pensare che ci debbano essere stati problemi in fase di produzione o di montaggio, poiché la confusione di alcune sequenze è palese. Che sia stato per fretta o per indicazioni imprescindibili da parte dei produttori, la zoppicante sezione centrale non inficia, tuttavia, la visione di quello che resta un buon horror, oltre che un buon film. André Øvredal ha mosso i primi passi a Hollywood, adesso auguriamoci che lo lascino libero di fare ciò che sa fare. E le sorprese non tarderanno ad arrivare.

Autopsy

2016

Titolo originale: The autopsy of Jane Doe

Regia: André Øvredal

Cast: Brian Cox, Emile Hirsch, Ophelia Lovibond, Olwen Catherine Kelly

di Manuel Leale

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