#Liberamente – La peste di Camus e la cecità di Saramago: l’allegoria del male

Quando l’essere umano cade vittima dei capricci della natura, ogni punto di riferimento crolla insieme a lui. Non esiste sostegno capace di tenerci in equilibrio e le espressioni della nostra potenza creatrice rimangono lì, carcasse prive di funzione, a testimoniare quanto inutili siano stati i nostri sforzi e quanto fragile sia la nostra fame di onnipotenza.

Non credo sia da imputare a una semplice coincidenza il fatto che due premi Nobel come Albert Camus (1957) e José Saramago (1998) abbiano scelto di raccontare, sebbene da prospettive differenti, il caso di una terribile epidemia che mette in ginocchio l’umanità. L’epidemia infatti, all’infuori di scenari apocalittici suscettibili delle fantasie più audaci, può accogliere una tragica e complessa allegoria. Se poi consideriamo gli anni in cui le due opere che prenderemo in considerazione sono state composte, l’una nell’immediato dopoguerra, l’altra nel cosiddetto “post-moderno”, basterà a togliere qualsiasi dubbio.

Le trame sono, infatti, sono abbastanza semplici. Ne La peste di Camus, del 1947, il flagello si abbatte sulla modesta cittadina di Orano, sconvolgendo la vita dei suoi abitanti; in Cecità, invece, pubblicato nel 1995, il portoghese Saramago immagina che una misteriosa e aggressiva malattia renda gli uomini improvvisamente ciechi.
Protagonista di entrambi i testi è innanzitutto la malattia, analizzata nel suo straripante divenire, che tutto e tutti falcia senza distinzione di sorta. Protagonista è anche la città, sia essa quella algerina di Orano o quella, non chiaramente identificabile, di Saramago, che si sgretola man mano che il contagio avanza. Ma protagonista è soprattutto l’essere umano, ridotto dal morbo a poco più che ammasso di carne ambulante, spogliato del superfluo, dilaniato dalla necessità di soddisfare i suoi bisogni primari come nutrirsi o defecare, prima tanto naturali ma adesso specchio di un uomo regredito a uno stadio animalesco. Un essere umano che nella cattiva sorte mostra il suo lato più oscuro e che solo in rari casi si commuove di fronte all’orrore della morte, senza, peraltro, che questa carità venga necessariamente premiata con la grazia. L’uomo, anzi, si rivela per quello che è, sempre pronto all’inganno, al ricatto o addirittura all’omicidio verso i suoi simili pur di sopravvivere. Due mali, la peste e la cecità, allegorie moderne della condizione umana. Significativi, in questo senso, gli explicit dei due romanzi: le epidemie vengono debellate, scrive Bernard Rieux, il dottore che riporta la cronaca della peste di Orano, le città contano i loro morti, i sopravvissuti gioiscono; ma il flagello non può mai dirsi eliminato definitivamente. Il bacillo della peste, infatti, proprio come il nazismo appena messo a tacere, non muore né scompare mai, “può restare decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nei fazzoletti…».

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Nel caso di Cecità, invece, l’unico personaggio scampato inspiegabilmente a questa terribile epidemia è una donna che si pone a guida e speranza dei non vedenti. E quando tutto sarà finito, e la vista miracolosamente riacquisita, ella decreterà la sua sentenza: “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
A ben vedere, la peste di Camus e la cecità di Saramago, pur classificabili nella categoria delle malattie infettive, mostrano una natura radicalmente differente: se infatti la prima è una disgrazia, la seconda sembra piombare sull’umanità come una punizione o una prova di resistenza. Entrambe spogliano l’uomo di qualsiasi purezza: anche nella cattiva sorte c’è chi ne approfitta per mettersi in tasca qualcosa, come il signor Cottard immaginato da Camus, che prende a contrabbandare cibo, alcol, sigarette e vie d’uscita dalla città, cinta da un cordone sanitario. Ma anche nel manicomio dove inizialmente vengono internati i primi ciechi si crea presto una gerarchia: e l’ultimo gradino della piramide si vede schiacciato dai più prepotenti, che detengono il controllo delle scorte alimentari e dell’acqua. Persino gli innocenti, come la donna protagonista di Cecità o il giovane giornalista Rambert, devono piegarsi alla ritrovata natura ferina dell’uomo e compiere atti tremendi: ma in tempo di contagio, tutto è permesso. La Legge, mostro sacro della civiltà umana, si rivela per quello che è: emanazione dell’uomo, dunque vulnerabile e facile preda degli eventi; il pudore, che ci distingue dalla bestie, non ha più motivo di esistere se ciò che conta è solo sopravvivere. Rimane, a quanto pare, l’uomo in quanto animale sociale, disorientato ma spinto per natura all’aggregazione e a un salvifico spirito di solidarietà, perché stringersi la mano nelle difficoltà incrementa notevolmente le possibilità di sopravvivenza. Così crede Rieux, che combatte fino alla fine la peste, assistendo i malati; così crede la donna senza nome di Saramago, moglie, peraltro, di un paradossale medico oculista, cieco anche lui: sarà lei a guidare i non vedenti prima all’interno del manicomio, durante la quarantena, e poi fuori, in città, dove gli antichi abitanti camminano rasenti i muri, dormono per terra, muoiono sbranati da cani affamati, si accoppiano come animali in mezzo alla strada convinti che nessuno possa vederli.

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La peste, dunque, come critica del nazismo e di qualsiasi autoritarismo. La cecità, invece, come punizione o, tuttalpiù, una sfida da superare: ma punizione da quale colpa? E che genere di sfida? Il Nobel portoghese irrompe nella storia dell’umanità accecando un uomo a caso, fermo a un semaforo dentro la sua automobile: di lì, l’inspiegabile contagio si espande travolgendo piano piano la città e, lascia intuire lo scrittore, il mondo tutto. Saramago gioca a insinuarsi nel naturale scorrere della vita per verificare lo stato di salute delle coscienze; fornire loro un ostacolo, quale appunto la cecità, che li renda partecipi dello stesso destino per metterle alla prova.
Potremmo anche chiederci il motivo per cui proprio la cecità e non, ad esempio, il mutismo, sia la pena che Saramago ha scagliato contro l’essere umano. Le risposte sarebbero troppe, poiché il romanzo è incredibilmente ricco di spunti riflessivi: i dialoghi, riportati secondo la tecnica del discorso diretto libero, senza, cioè, segnalarlo con segni grafici di sorta come le usuali parentesi uncinate o le due virgolette in alto; ma anche gli occhi della donna, gli unici, oltre a quelli del narratore (che, solo per questa volta, potremmo definire “onnipotente”), che ci consentono di vedere.

La cecità, infatti, annulla la post-modernità, quella fatta di consumismo e rincoglionimento di fronte ad apparecchi televisivi e smartphone: come se senza l’utilizzo della vista, l’uomo regredisse a uno stato primitivo e, quindi, fosse costretto a ricominciare tutto da capo. Cecità, dunque, per ricordarci che di occhi non esistono solo quelli fisiologici: l’occhio interiore, quello cantato dai poeti di ogni secolo, il terzo occhio, quello dell’anima e che arriva a cogliere l’essenza delle cose: quello a cui, insomma, non ricorriamo più: il narratore “onnipotente” ha bendato i nostri occhi per darci l’opportunità di ritrovare la vista interiore.

Sullo sfondo di una tragica apocalisse si nascondono due belle lezioni di umanità, dunque, quelle di Camus e Saramago, che attraverso due incredibili narrazioni, ci riportano, giusto il tempo che serve, quello di una breve lettura, alla nostra natura più intima.

di Gabriele Orsi

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