#LaNostraStoria – Per lasciarsi con una lettera ci vuole stile

Per la nostra rubrica dedicata ai post più letti, oggi Vi abbiamo scelto un divertente post di Laura Spataro pubblicato nel marzo dello scorso anno.

Per la serie l’amore è bello finché dura, non c’è relazione che non sia destinata a finire. A volte si sente dire che la decisione di lasciarsi è stata presa insieme, di comune accordo, e che dopo un periodo di crisi se n’è semplicemente preso atto; la verità è che uno dei due deve pur sollevare la questione. Che sia lui o che sia lei, i modi per farlo sono molteplici, ma a mio avviso il più stiloso è la lettera.

Uno strumento di comunicazione primordiale, dal sapore autentico e originario, la lettera dopo secoli di innovazioni tecnologiche conserva la sua toccante eleganza. Non c’è smartphone che tenga: whatsapp, sms, mail e telefonate non potranno mai reggere il confronto. La lettera è un’esperienza sensoriale: l’odore della carta si somma a quello dell’inchiostro, ogni lieve spostamento d’aria genera un felice suono croccante e le dita godono della ruvidità del foglio camminandoci sopra.

Ma la cosa più bella è che ogni lettera rappresenta un esemplare unico: tutte queste sensazioni dipendono da variabili diverse e le combinazioni possibili sono pressoché infinite. Carta riciclata, per stampante, pagine di quaderno, a righe, a quadretti, coi margini, senza, un foglio sottile, spesso, piegato in due, in quattro o arrotolato a mo’ di pergamena. E vogliamo parlare dell’inchiostro? Di ogni colore e consistenza, penne a sfera, stilografiche, a gel. Sono tutte scelte che vanno ponderate con cura quando si scrive una lettera al proprio partner; ognuna di esse contribuisce alla costruzione del messaggio e rivela qualcosa delle intenzioni del mittente, così come la modalità di consegna, d’altronde: insomma, un conto è consegnarla personalmente, un altro è farlo tramite qualcuno, la si può lasciare nella casella della posta, nasconderla tra la pagine di un libro, nella custodia di un cd, nella tasca del cappotto o, che so, infilarla sotto la porta.

Poi la si inizia a leggere ed entrano in gioco ulteriori componenti: la calligrafia, le cancellature, le sbavature, la nitidezza del tratto, la scelta delle parole, la lunghezza delle frasi, gli a capo e l’uso della punteggiatura.
La lettera è il vero specchio dell’anima, quella dello sguardo è storia vecchia: senz’altro dice molto più di quanto non sia disposto a fare chi l’ha scritta. Ma lasciarsi con una lettera non è cosa da tutti, per farlo ci vuole stile. Non è forse il manifesto dei nostalgici, degli amanti del vintage e delle persone di cultura?

Non si dica poi che chi lascia con una lettera non pecchi pure di una certa arroganza: sembra tanto un modo per dire che non solo ti lasciando, guarda cosa ti perdi, uno che ancora scrive lettere. Povero il destinatario, che vorrebbe arrabbiarsi a morte per essere stato piantato, ma proprio non ci riesce, perché, diciamocelo, come si può prendersela con una persona che si è presa la briga di scrivere una lettera? Chi l’ha scritta ne è più che consapevole e questo fa di lui un paraculo, un paraculo amorevole, però.

Per non parlare degli innumerevoli vantaggi che offre la lettera. Per chi scrive: si può concludere un intero discorso evitando ogni rischio di essere interrotti, senza che intervengano emozioni, timori e sensi di colpa, correggendo gli errori prima che possano tradire un qualche cenno di insicurezza; per chi legge: si è totalmente liberi di reagire in modo plateale e sconsiderato, spaccando piatti e bicchieri, piangendo tutte le proprie lacrime, imbottendosi di dolci fino a star male, e una volta rientrata la crisi, si ha il tempo di oculare attentamente la prossima mossa, che potrebbe essere, perché no, rispondere a propria volta con una lettera.

C’è pure chi sostiene che lasciare con una lettera sia da vigliacchi, un modo come un altro per lavarsene le mani, evitando il confronto diretto: sono i soliti apocalittici, complottisti ipocriti che non comprendono la sofisticatezza della parola scritta. La scelta di porre fine ad una relazione con una lettera non fa che nobilitarla, elevandola allo status di opera d’arte, e in questo senso ha un che di aristocratico; lasciarsi vis à vis è roba da tutti, arrabbiarsi e strillarsi contro è da plebei; farlo tramite lo schermo di un cellulare è da servi della gleba, se non da trogloditi.
A me è capitato di essere lasciata con una lettera. Lì per lì è stato orribile. La prima frase non lasciava spazio alle interpretazioni; faceva più o meno così: “è giunto il momento di chiudere la nostra storia”. Seguivano una serie di apprezzamenti, parole dolci e ringraziamenti terribilmente sinceri, tanto che leggendo mi convinsi che l’incipit fosse solo uno scherzo e che prima di arrivare in fondo avrei scoperto che non stavo davvero per essere piantata in asso. ‘Sti cazzi, invece.
A mente lucida, però, posso dire di sentirmi onorata di essere stata lasciata con una lettera. Una cosa è certa: stavo con un uomo di stile. Anche se, devo dirlo, io l’avrei scritta molto meglio.

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