Una storia fra tante

Quando un’innovazione si svela fruttuosa, viene abusata sino alla nausea. Una prova? Le famigerate “storie” dei social. Brevi video o immagini “usa e getta”, catalizzatori di views con un’autonomia di 24 ore. Stralci di quotidianità confezionati per favorire, appunto, la propria visibilità. Un bel visino impacchettato da qualche filtro et-voilà, buon appetito! Colpo di genio di Snapchat, poi assimilato da Instagram, Facebook e, udite udite, pure Whatsapp. Mossa astuta e ben ragionata.

Scorriamo le nostre bacheche con disinteresse, focalizzandoci pochi secondi su qualche hit. Post oltre le quattro righe risultano ingombranti e noiosi -e chissà quanti leggeranno queste cinque! Cavalcando l’onda della scarsa attenzione, i social ci presentano elementi scarsamente impegnativi (la foto della mia colazione, il selfie con la mia gang, il boccale di ieri sera, beccati ‘sta Tour Eiffel, sto leggendo Fabio Volo). Semplice, efficace. Mangiamo a stento un panino a pranzo e babbo Zuckerberg, rispettando la nostra dieta, ci cucina la solita focaccia leggera. Grazie, papà! Adesso la carico online. Pazienza, la mangerò fredda. Che vita di merda.
Sarà forse una metafora, ma la storia si è prosciugata: da millenni a secondi.

In testi formidabili quali Paura Liquida, Bauman fornì magistrali diagnosi della società liquido-moderna. Il consumismo contemporaneo ha sbranato i beni di consumo durevoli, le cose “pesanti ma longeve”: ci siamo abituati ai grammi, abbiamo perso le tonnellate. Farina contro pane, liquido contro solido. I grandi valori che si sgretolano. Queste briciole si sposano con una vita frenetica, vissuta per istanti, momenti, breve termini; storie-social di una manciata di secondi. Le uniche migliaia? Likes, pollici virtuali. Migliaia di atomi, qualche pixel. Quadratini più consistenti di noi.

Post anziché manifesti. La lenta estinzione del cartaceo, troppo pesante per le nostre zampette da smartphone. La letteratura si è arresa a prose facili e digeribili. La poesia frammentata in scarni aforismi. Versi calibrati senza scienza -gli endecasillabi sono troppo ingombranti per tatuarseli sul polso. Citazioni già confezionate, prefabbricate da autori anonimi, ghost-writers da quattro soldi. Righe di autori incompresi, riciclate per stati-Whatsapp. La grande cultura scende a patti con la massa. Intellettuali mediocri trovano facile gioco in queste melma -d’altronde non serve grande oratoria per convincere un gregge: fai due storie, scrivi un tweet.

Lo Zarathustra e Gandhi a braccetto nella stessa bacheca, Marx citato nei social (lì, nell’apice del capitalismo), Pirandello ridotto al solito “Uno, nessuno, centomila”… forse pure il Buddha si è fatto il ticket all’ingresso, e ora sta in coda al reparto salumi. Chiacchiera di stronzate con Confucio e qualche antico maestro -Gabbani l’ha messo in fila indiana, quatto quatto con tutti gli altri. Questo panta rei di polvere liquida si può rendere, con perfidia, nel gergo “shitposting” o “shitstorming” (pubblicare merda, tempesta di merda).

Dedurre l’apocalisse da una storiella di Instagram suona troppo complottista. Tuttavia queste righe vogliono tradurre la triste decadenza in atto, eclissata dal disinteresse con cui sfreghiamo convulsivamente il pollice sul touch. Già nel ’44 autori come Adorno parlavano di “vita offesa”, annunciando il tramonto dell’umanità sotto la cultura di massa (e la scaltra industria che ce la spaccia). Oggi, settant’anni dopo, ci siamo scavati buche ancora più profonde. La modernità ci ha affidato una pala e un pezzo di terra. “Essere assolutamente moderni vuol dire essere alleati dei propri becchini”, scriveva Kundera nella sua Immortalità. Siamo i carnefici di noi stessi. Abbiamo sciolto imponenti iceberg; ora gli oceani iniziano a straripare.

Ma c’è alba dopo tutto ciò? In fin dei conti, sì. Si mangia comunque, anche se poco. Le portate abbondanti sono démodé. Oggi focaccine di Zuckerberg, ma non siamo ancora anoressici. Ma sì, va bene così. Va bene così, si va avanti! Tu? Non mi lamento, dai. Vediamoci, prima o poi. Ci sta, buona giornata. Ciao, ciao…

Analisi come queste sembrano fin troppo disfattiste. Che c’è di male in un selfie? Bauman scrisse sino allo sfinimento di liquidità. È vero, anneghiamo in una pozza d’acqua. È un male? Perché fermarsi qui? Esistono ancora buoni marinai e saldi salvagenti. Eco ha sbaraccato, pazienza, ma si arranca ancora, alla bell’e meglio.

Tanto vale salpare e abituarsi alla tempesta. Forse, in qualche fondale, c’è ancora un’Atlantide, un porto sepolto da riscoprire. Cosa faranno i padri pellegrini new-age una volta giunti laggiù? Alcuni, forse, non si butteranno neanche. Il ciuffo hipster si scioglie in acqua. Gli altri caricheranno storie, taggando qualche gnocca atlantidina in bikini.

#tagforlikes

di Marco Bellinzona

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