#Liberamente – Stoner

Stoner è un romanzo banale. Data una simile premessa ogni altra considerazione intorno al libro di John Williams sarebbe di troppo, a meno che non ci sforzassimo di capovolgere, solo per questa volta, la connotazione negativa che generalmente attribuiamo all’aggettivo “banale”. Del resto, è lo stesso autore che nel primo paragrafo ci suggerisce di rimanere coi piedi ben piantati a terra: la biografia di William Stoner, nato nel 1891 a Booneville, nello stato americano del Missouri, e morto sessantacinque anni dopo, nel 1956, procede senza tante pretese per poco più di 300 pagine. Una vita piatta, quella di Stoner: dalla sua fattoria di campagna, dove si è fatto le braccia aiutando i genitori, si è spostato di poco più di cento chilometri per iscriversi all’università di Columbia, e questo sarà l’unico viaggio della sua esistenza. Laureatosi in lettere, ancora molto giovane, gli viene assegnata prima una cattedra di lettore di lingua inglese e, poco dopo, quella di professore a contratto. Per tutta la vita non farà altro che questo: insegnare. Si sposerà con Edith, una donna ricca e allo stesso tempo complessa, figlia di quella maldestra società che di lì a poco sarà messa in ginocchio dalla crisi del ’29. La coppia avrà anche una bambina, Grace, ma la campana di vetro in cui la mostruosità di Edith e il lavoro tutt’altro che stimolante rinchiudono William, lo esasperano al punto da costringerlo al primo, unico e disperato sforzo di evadere. In questo senso, la breve ma intensa relazione clandestina con la giovane dottoranda Katherine, una sua timida e intrigante allieva, rappresenta l’esperienza più significativa dei suoi trent’anni. La tempesta dura poco e Stoner torna finalmente Stoner: gli ultimi anni li dedicherà all’università nella speranza di guadagnarsi il titolo di professore ordinario che otterrà solo per grazia, quando la malattia lo ha già condannato. Infine, devastato dal cancro, morirà in un desolante anonimato.

Stoner è la storia di un professore mediocre, sottostimato dai colleghi e ignorato dagli alunni, che non riesce a lasciare il segno nel proprio ambiente accademico, nonostante i quaranta e passa anni di carriera. È la storia di un padre muto e di un marito assente, assorto nei suoi studi giorno e notte, ma anche la storia di un goffo amante che di certo non spicca per intraprendenza. È la storia di un uomo che alla fine, come gli altri, muore. Ma allora, perché leggerlo? A passo di gambero, è ora tornare all’aggettivo che in partenza abbiamo accostato all’opera di John Williams. Banale.

1

La chiave di tutto, il segreto di questo sorprendente romanzo, è proprio lì. Con uno stile asciutto ed essenziale, ma profondamente toccante, lo scrittore americano ci ha lasciato non solo il ritratto di un’America a cavallo tra due secoli che si ritrova coinvolta improvvisamente nella prima guerra mondiale e, qualche decennio più tardi, entusiasticamente nella seconda, entrambe vissute dal protagonista con una convinta riluttanza; di un’America stanca e disorientata che aveva un disperato bisogno di eroi, e che li ha cercati e creati proprio in quei giovani soldati che ha chiamato alle armi. Ma è anche il ritratto di un uomo che, nella sua banalità congenita, non ha e non può avere i requisiti per essere quell’eroe: perché è il Novecento, il suo secolo, a rigettare questa figura e preferire, piuttosto, l’inetto, il sommerso, l’uomo privo di qualità. E Stoner, questo, lo sa. O meglio, lo sente: e si presenta al lettore come il figlio prediletto di questo tempo muto, non più in grado di produrre le grandi narrazioni di una volta, fatte di sogni e mitici cavalieri, ma storie di uomini disincantati, sorpresi nella loro imminente deflagrazione interiore. L’entusiasmo per la guerra, in lui, non fa breccia; vive passivamente la società, la storia e le istituzioni, quella universitaria in primo luogo, a cui si rassegna abbassando la testa, senza fiatare; persino alla famiglia, come al resto, si abitua. Eppure ci troviamo incredibilmente a nostro agio in sua compagnia: questo perché Stoner non è il personaggio che con le sue gesta ha reso la propria vita memorabile e degna di essere raccontata, ma è un uomo che ha volutamente scelto di non essere un eroe. È solo un professore di letteratura, lui, una figura banale, senza poesia, a tratti ridicola, come tante altre se ne trovano nella grande letteratura contemporanea. John Williams, da grande romanziere, sceglie di non intromettersi mai nella storia, nemmeno nei momenti più densi di pathos, lasciando scorrere fluidamente la narrazione, senza interruzioni. Così, del resto, va la vita. È grazie a questa ferma imperturbabilità dello stile che andando avanti nella lettura noi riusciamo a capire Stoner, quando viene costretto da Edith a ripiegare dalla camera da letto al divano; a sgridare Stoner, quando accetta stoicamente di subire le umiliazioni dello storpio professor Lomax; a piangere insieme a Stoner, e per Stoner, quando un attimo prima di morire accarezza la costola del suo libro preferito. Senza troppo sforzo, ma con un senso di malinconia che ci stringe il cuore, riusciamo, insomma, a essere Stoner: non per ciò che fa, ma per ciò che lui è e che, lo si voglia o meno, rappresenta con straniante verosimiglianza. Un uomo semplice, anonimo, che nella vita ha avuto poco da dire e ciò che ha detto, spesso e volentieri, lo ha detto male o solo a metà, turbato dalle dinamiche di un mondo troppo vasto per lui. L’unica certezza, nonché occasione di redenzione della sua vita rimarrà l’incontro con Katherine, l’unica storia d’amore che Stoner vivrà con il cuore e che segnerà il momento più felice della sua vita, ma destinata a finire presto. Pagine dense di passione e commoventi che piombano sul lettore con la stessa potenza con cui la timida studentessa era comparsa nella vita di Stoner.

Il grande Novecento letterario non vuole raccontare, ma ama raccontarsi. E Stoner di John Williams, pubblicato nel 1965 ma riscoperto e recentemente promosso al pubblico da Fazi Editore, ne è, nella sua disturbante banalità, uno degli esempi meglio riusciti. Un vero «miracolo letterario»: la dimostrazione che non esistono solo storie di grandi uomini ma che, al contrario, è l’uomo a rendere grande quell’incredibile storia chiamata vita.

di Gabriele Orsi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...