Seguite l’istinto, senza pensarci

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Arrivo in via Siena a Chiesanuova, Brescia. Si sta bene per essere una giornata d’autunno che bussa le porte all’inverno. Sempre deprimente però. Arrivo ad un cancello con una targhetta “Indiebox“. Lo oltrepasso, e scendo la discesa arrivando in bocca a quello che sembra l’ingresso di un cinema. Incontro Maurizio Vinci, owner della casa discografica indipendente bresciana. È una persona socievole, allegra e pacata. Non è una di quelle persone che trasmette tristezza da tutti i pori della pelle.

Mi racconti di come è nata l’indiebox?
Indiebox nasce anni prima di questa struttura. Questa è la fase finale della visione iniziale. Indiebox nasce nel 2004, quando io e Deborah(altra proprietaria) dovevamo decidere, dopo la laurea, che cosa fare da grandi e noi volevamo fare i discografici perché lavoravamo nel mondo della musica dal ’99-2000. Dopo aver avuto varie vicissitudini con i booking Decidemmo di farne uno nostro per il mio gruppo e poi per altri gruppi. Nasce così la prima agenzia nel 2000. Dopo aver raggruppato varie agenzie di booking abbiamo deciso di chiamare il tutto Indiebox 360. Indiebox nel tempo ha inglobato altri servizi: indiebox promotion che è il nostro ufficio stampa, indiebox dischi che produce dischi, indiebox booking il booking.

Secondo te, quando si è passato dal cd al web, si sono creati dei pubblici di nicchia?
Dipende sempre da che livello si cerca di analizzare la cosa. Il mainstream è sempre stato e sarà il mainstream. Per quanto riguarda la nicchia… Si sono creati per altri motivi. C’è stato un grandissimo cambiamento per quanto riguarda la musica dal vivo. Senza ombra di dubbio si è creato un pubblico che fruisce della musica a prescindere del supporto, ma ne fruisce solo nella propria sfera privata e non si reca ai concerti. Guarda l’hip hop: se tu dai vita un evento con degli artisti che non siano mainstream in quei 6 mesi, può essere che un rapper che fa 50.000 visualizzazioni in tre giorni, suoni davanti a 50 persone, perché tutti quanti si accontentano di guardare il video.

Mi è capitato ultimamente di vedere sulle pagine di certi gruppi americani, pubblicità di grandi eventi live. Effettivamente, c’è ancora partecipazione?
Là si.

E perché qui no?
É questione di cultura e territorio. Se tu vai in America anche in un bar sfigato c’è al 99 per cento un palco con due casse. Sempre. Se trovi un gruppo che suona che è un perfetto sconosciuto, avrà gente che ascolta, gente che partecipa, che applaude e eventualmente dà anche le mance. Questo perché culturalmente nei paesi anglosassoni l’espressione artistica è vista come lavoro, come espressione culturale di essere considerata al pari delle altre espressioni. È vista veramente come forma d’intrattenimento. Qua no. Se qua fai il musicista ti chiedono ma il lavoro vero qual è? E se gli dici che fai il discografico e ti chiedono che cos’è, glielo spieghi e ti rispondono ma no, è impossibile come fai a vivere? C’è un approccio culturale che è diverso che poi va a ripercuotersi sulla creazione di spazi, mancanza di investitori.

Secondo te si può cambiare questo sistema?
Secondo me no. Non si può cambiare. È radicato in noi. Se guardi le nuove generazioni pensano solo a fare i soldi, a bruciare le tappe ed apparire in televisione. Andranno a morire anche altri mezzi, come può essere la radio. Se tu analizzi l’eta media dell’ascoltatore medio della radio sono quarantenni, trentenni. Guarda il cinema, le sale cinematografiche. Costano tantissimo. A me piace, a te piace. Ma ai ragazzini di 16-17 anni che cosa gliene importa? Basta che abbia una connessione internet, un computer per vedere Netflix. Stessa cosa è per la fruizione della musica. Io credo più si evolverà il modo di fruire la musica e più sarà difficile che la persona che fruisce la musica si scopra desiderosa di fruirne dal vivo. Perché ormai lo schermo è più che sufficiente. Vedo anche statisticamente nelle sale prova che l’età media è molto alta. Noi nuove leve dai 16 ai 25 ne abbiamo un 30 percento. Tutti gli altri sono persone su di età. Non c’è ricambio generazionale giusto. Poi non è detto che si ritorni indietro. Bisogna vedere come si sviluppano mille variabili.

Raccontami come è nato il tuo amore verso la musica…
Per la musica è iniziato molto presto. Mio papà mi faceva ascoltare Santana, Bob Dylan, i creedence. Ho sempre ascoltato musica. Quando avevo 10,11 anni invitavo a casa i compagni di classe per ascoltare i dischi. I Queen mi hanno fatto concretamente alla voglia di suonare, ad appassionare alla musica. C’era un mio amico che suonava la batteria e allora decisi a 14 anni di farmi regalare una batteria. A inizio del liceo è arrivato il punk. Un giorno un mio amico mi passa un cd degli Offspring, Smash. Mi sono innamorato. Ed ho iniziato a portare il chiodo, a farmi la cresta e succede che a 18 anni sei talmente lanciato con la musica che ti scordi lo sport perché è più il tempo che passi ai concerti e a bere birra. Ti trovi in un momento in cui dovevi scegliere se diventare un professionista nel mondo dello sport, oppure decidere di suonare senza avere la minima certezza. Quell’età sei matto. Vuoi per un botto di cose decidi di mollare la vela e di buttarti verso le bacchette. Decido coi miei amici di suonare in cui ognuno metteva del suo. Non sapevamo fare niente, però ci mettevamo passione.

Cosa consiglieresti a chi suona e vuole fare arrivare le proprie emozioni al pubblico?
Se vuole trasmettere qualcosa di sincero seguire l’istinto senza pensarci. Se vuole raggiungere un obiettivo commerciale fare quello che gli piace ragionando un po’, senza sbrodolare le cose. Ti devi interfacciare con delle strutture, con delle case discografiche. Seguire l’istinto è la cosa più importante da fare.

La chiacchierata poi verte sulla sua carriera con L’invasione degli uomini verdi, gli studi di filosofia e l’amore per la vela quando era un ragazzino. Maurizio Vinci è una delle persone più interessanti con cui ho avuto il piacere di chiacchierare.

di Enver Negroni

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