Da Bergamo a Bologna: le mie impressioni sul sì e sul no

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Premetto che di politica ne capisco poco, ma sulla riforma mi sono informata, diciamo q.b.: 100 g di Senato delle Regioni, 55 g di equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza, nessun Senatore a vita, di quelli solo un pizzico lungo 7 anni, 150 mila firme per le leggi di iniziativa popolare, un po’ di merito qua, un po’ di voto politico là, il tutto mescolato malamente in un kg abbondante di governabilità. La ricetta renziana è ormai nota, se n’è parlato in ogni dove, ma ad averla letta passo passo sono stati in pochi, e il rischio, proprio come quando si prepara una torta, è quello di fare un bel pasticcio.

L’obiettivo di quest’articolo non è quello di chiarirvi le idee, chi scrive non ne ha certo le competenze; non è nemmeno spronarvi a interessarvi, né smuovere gli indecisi: domenica si va alle urne e i giochi ormai sono fatti. Il tempo di arrovellarsi sulle questioni avanzate dalla riforma costituzionale è finito, ora è giunto quello di interrogarsi sui risultati e sulle loro conseguenze.

Vivendo tra Bergamo e Bologna ho avuto impressioni molto diverse; la situazione si complica sommandovi i resoconti della mia coinquilina salernitana. Più che spaccata in due, la penisola sembra essersi frammentata in più punti; è vero, i “” stanno da una parte, i “no” dall’altra, in mezzo il solito rivolo lento e gocciolante di indecisi che corrode il Paese, ma le voci di entrambi gli schieramenti suonano in modi assai diversi.

A Bergamo mi sembra di udire un sonoro sì. D’altronde era difficile aspettarsi altro dal comune di Gori in bicicletta; di ricette è pure possibile che qualcosa ne sappia vista la parentela acquisita con zia Bene Parodi. La città è tappezzata di cartelloni istituzionali targati PD; sensazione mia, forse, ma l’unica voce contraria mi sembra quella del faccione di Salvini appeso qua e là che invoca il ritorno a casa di Renzi, voce che in città ne ha convinti pochi, in provincia, mi dicono, qualcuno di più. La risposta al quesito referendario sembra unanime, ma le motivazioni mi paiono confuse, in alcuni casi troppo semplicistiche. Volendo generalizzare al massimo, facendo – me ne rendo conto – di tutta l’erba un fascio, chi vota sì lo fa perché “è tempo di cambiare”, in che termini non importa; i pochi che ho sentito propendere per il no, lo fanno perché sperano di cacciare Renzi come in un reality a televoto o, meno ancora, perché hanno sentito dire che se sei di sinistra è così che devi votare.

A Bologna il no sembra aver già vinto: lo dicono le scritte sui muri, gli innumerevoli dibattiti, le chiacchiere tra studenti. Qui di cartelli istituzionali sulla scia di “Basta un sì” non ne ho visti; c’è da dire che se anche ne avessero affissi avrebbero avuto vita breve. L’impressione è che il 4 dicembre a Bologna andranno a votare persone che su questa riforma ci hanno pensato a lungo, probabilmente sì, influenzandosi pure un po’ gli uni con gli altri, ma di certo non lasciandosi convincere da un sorriso benevolo o da promesse più vuote di un’eco. Nella gloriosa roccaforte rossa mi pare che il no abbia tutta la passione del suo colore, ma che non si dica che è un no detto di pancia, perché di teste spaccarsi sulla Costituzione ne ho viste a centinaia. Dunque, anche qui un’unanimità, ma ben più consapevole e informata di quella orobica.

L’unico che a Bologna mi ha confessato – sì, proprio come fosse colpevole di qualche cosa – che avrebbe votato in favore della riforma (senza contare le voci del sì ai vari dibattiti a cui ho assistito) è stato un vecchino al bar. Tu guarda che cliché. Mi avvicino per chiedergli il giornale e in tono confidenziale mi dice: “Glielo do, signorina, solo se mi dice che vota sì”. Poi il giornale me lo ha dato lo stesso ed io al vecchino ho rivolto comunque un gran sorriso, senza rancore. Eppure mi pare che questo episodio la dica lunga su molti di quelli che voteranno sì.

Cambiare è un bene, ma non bisogna farlo ad ogni costo; soprattutto è rischioso farlo sull’onda degli eventi. Lo sapete, sono stata sincera sin da subito con voi: di politica ne capisco poco. Ma la Costituzione è un’altra cosa: è poesia, passione, intelligenza, raziocinio ed è ancora impregnata del sangue che per scriverla è stato versato. Vogliamo davvero che venga modificata dalle logiche del “glielo do, signorina, solo se”?

di Laura Spataro

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