A proposito di Berlinguer e l’abolizione del Senato

berlinguer

In vista del referendum del prossimo 4 dicembre, pubblichiamo, per la nostra rubrica con #iDiscorsiCelebri, un articolo che verrà pubblicato postumo su Rinascita il 16 giugno 1984 e che rappresenta il testamento politico di Enrico Berlinguer. Perché riproporre questo articolo? Perché negli scorsi mesi, Matteo Renzi ha sostenuto che di “monocameralismo” parlava anche Berlinguer. Peccato che l’ex-leader del PCI non ne parlasse nei termini concepiti da Renzi, come ben scritto dal sito enricoberlinguer.it:

quando alla fine degli anni ’70, in pieno compromesso storico, il PCI avanzò le proprie proposte in tema di riforma delle istituzioni, avanzò la proposta del monocameralismo a patto che venisse mantenuta una legge proporzionale pura. Tant’è che quando Bettino Craxi iniziò a parlare di “riforme istituzionali”, avanzando il premierato forte e l’abolizione di una Camera, Enrico Berlinguer si schierò apertamente contro. Perché il combinato disposto di questa riforma costituzionale e dell’Italicum è esattamente il compimento di ciò che volevano Bettino Craxi e compari, nonché, prima di loro, i piduisti di Licio Gelli.

Di seguito il testo integrale dell’articolo:

Ormai tutti vedono che le coalizioni che prendono vita alle spalle del Parlamento, che i governi che non vogliono e non sanno governare con e attraverso il Parlamento, che sono il prodotto di questi meccanismi e di questi metodi consun­ti, e divenuti anche pericolosi, non sono coalizioni realmen­te solidali ed efficienti. I partiti delle maggioranze delimita­te che compongono quelle coalizioni stanno insieme al go­verno spalleggiandosi per poter conservare il loro potere sul­le istituzioni e sulla società, ma ciascuno è dominato dalla paura che un altro lo scavalchi.

E allora si va alle ben note «verifiche», dopo le quali, tuttavia, quelle coalizioni restano egualmente divise, continuano a covare contrasti, dai quali possono venire o oscillazioni, incertezze e paralisi dei gover­ni, ovvero polemiche e lacerazioni: queste ultime, però, esplodono per lo più fuori del Parlamento (negli organi di partito, nei convegni, sulla stampa).

Nel Parlamento esse o vengono artatamente coperte e dissimulate o si manifestano nella forma patologica dei «franchi tiratori». Si corre, allo­ra, ai ripari; ma, ancora una volta, i rimedi a cui si pensa vanno prevalentemente in direzione di un indebolimento dei poteri del Parlamento.

Sicché la profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il Parlamen­to, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a gover­ni che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria.
Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione.

Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi (la mafia, la camorra, la P2) che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legitti­mi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della no­stra Repubblica.

Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza de­mocratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgi­menti che romperebbero anche formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni.

Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza al loro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi, se seguitano ad agire e a comportarsi come agiscono e si comportano oggi, se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l’autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni.

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