Sentirsi al sicuro nelle relazioni

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Riprende venerdì 11 Novembre l’appuntamento di psicologia al Centro Culturale di Ranica, dal titolo “I confini del sé. Al sicuro con te stesso e con gli altri”. L’evento organizzato dal Centro Divenire di Torre Boldone e dal Comune di Ranica mette al centro della serata un’esperta di traumi che ci spiega come sentirci più sicuri nell’ambito delle relazioni: Lucia Chiarioni, psicoterapeuta, psicotraumatologa e autrice del libro “D’amore non si muore. Diario terapia di una paziente escort”. Nelle relazioni i confini sono essenziali. Dal punto di vista corporeo possiamo dire che ciò che crea confine e’ la nostra pelle, il primo organo a contatto sia con il mondo esterno che al tempo stesso con tutto ciò che c’è al nostro interno.

Un confine sano è un confine elastico, flessibile e quindi capace di generare benessere. Spesso ci dimentichiamo che le esperienze di piacere accadono proprio nell’incontro con l’altro. E ogni incontro dove altro può avere luogo se non su un confine? Il confine che delimita dove sono io e dov’è l’altro. Un confine insano erge dei muri, innalza barriere che diventano difficili da disciogliere e in casi molto gravi producono lontananza e fanno sì che ci si senta soli e tristi. Ma anche questo è indice di una incapacità di sentire i nostri confini, se non abbiamo un confine definito ci sentiamo insicuri nel mondo e quando non ci sentiamo al sicuro mettiamo in atto dei meccanismi di difesa.
La prima difesa comportamentale dell’essere umano è il coinvolgimento sociale: proprio come una gazzella riesce a sopportare il pericolo e la paura di vivere nella savana piena di predatori grazie al suo branco, anche l’essere umano va alla ricerca del suo gruppo per difendersi dall’ambiente esterno. Se la difesa del coinvolgimento sociale fallisce c’è il grido d’aiuto, ad esempio il neonato che piange per cercare la mamma o la donna adulta che si lamenta sempre. Lo step successivo, se anche il grido d’aiuto non ha sortito l’effetto desiderato, e’ un duplice meccanismo di fronte al pericolo: l’attacco o la fuga. Un’altra possibile reazione ancora più estrema e’ il freezing, che si verifica quando siamo talmente dominati dalla paura da restare bloccati, paralizzati, come fossimo totalmente congelati. Quando il nostro organismo è sovraccarico di cortisolo, prodotto dal costante segnale di pericolo al cervello (il cortisolo è l’ormone dello stress), mettiamo in atto una morte apparente che e’ l’arma estrema che anche l’animale mette in atto in natura; per paura di essere attaccato si finge morto. Questa è una situazione limite eppure non così infrequente nelle persone che ad esempio appaiono esaurite magari dal lavoro e in questi casi la ripresa è difficile. Questa condizione a volte viene scambiata per depressione ma in realtà c’è solo bisogno di risollevarsi ed in questi casi è d’importanza fondamentale l’attività fisica.

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Ma il punto e’: esiste un modo per affrontare le difficoltà quotidiane senza mettere in atto delle difese stressanti o anestetizzanti per il corpo? Quando dico “sono crollata” è sintomo del fatto che sono perennemente in lotta per difendermi e questo richiede molta energia.
Fra le reazioni iperdifensive, le prime citate, e quelle ipodifensive, la morte apparente, c’è una finestra di tolleranza da esplorare, uno spazio in cui prendere terreno, ad esempio con il respiro, per riconnetterci con le nostre emozioni, dialogare con noi stessi e ricercare consapevolezza. Questo significa mettere un confine, sapere chi sono in ogni momento perchè ho la padronanza di quello che sento e che mi accade dentro. Le nostre emozioni hanno un andamento simile una curva di Gauss, nascono, crescono, hanno un picco e poi scemano, un respiro dentro la rabbia improvvisa, ad esempio, serve ad allargare la nostra fascia di tolleranza, a far defluire il corso dell’emozione per non lasciare che una reazione improvvisa prenda il controllo su di noi, come se un autista ubriaco prendesse il volante del nostro autobus.
Radicarsi, respirare, sentire la terra sotto i nostri piedi, rilassare le spalle, sono tutte azioni che hanno l’obiettivo di farci agire con più coscienza e impedire che le nostre difese prendano il sopravvento, con effetti sgradevoli a lungo andare anche sul nostro sistema immunitario. Il cosiddetto grounding, è un esercizio che coinvolge primariamente il corpo e che consente di sentire di più a livello corporeo e quindi a conoscersi di più. Di questi esercizi la professionista ospite alla conferenza ha fatto grande esperienza e ora insegna ai suoi pazienti come prendersi spazio anche attraverso il radicamento del corpo. Essere radicati (ground) è anche l’unica vera arma contro la violenza, l’atteggiamento calmo di una persona che cammina con sicurezza per la strada non attira certo una persona che vuole farci del male, perchè “gli aggressori scelgono le proprie vittime”, rammenta Lucia Chiarioni.

di Viola Carrara

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