Mi gratto le ascelle e sono felice 

Lo sto aspettando da più di un’ora Charles. Il Bruno’s pub è vuoto ormai. È mezzanotte e l’unica compagnia che ho sono tre boccali di birra vuoti. Il barista, una persona panciuta, pelata, con un barbone che farebbe invidia a Babbo Natale, sta pulendo lentamente il bancone del bar.
“Mi scusi, potrebbe portarmi un altro boccale?” gli chiedo con cortesia. La sua risposta è qualcosa di molto simile ad un rutto.
All’improvviso la porta in fondo al locale si spalanca. Fuori piove molto forte e c’è un vento apocalittico. “Ehi Bud, è ancora qui il bambino?” “Ciao Buk, è lì al tavolo”.
Charles Bukowski, classe 1920, è stato uno dei miei punti di riferimento della letteratura. Con il suo modo crudo e reale di descrivere ambientazioni, personaggi e situazioni, ha ispirato la mia voglia di scrivere.
Più si avvicina, più sento l’odore di vinaccia. È visibilmente ubriaco.
-“E tu saresti il ragazzo che voleva intervistarmi? Sembri proprio un marmocchio!”
Non posso che sorridere e presentarmi.
-“Che nome hai? I tuoi dovevano essere proprio sballati”
-“Mai quanto lei in questo preciso momento. Gradisce qualcosa da bere?”
-“Del vino rosso”
Il barista avendo sentito s’avvicina con una bottiglia di rosso e due bicchieri. Stappa il vino e lo versa con grazia. Dopodichè se ne va sul retro del locale.
-“Raccontami un po’ del tuo amore verso la letteratura.”
-“Vedi, la letteratura per me è sempre stata un’ottima compagna, visto che quando ero piccolo mi prendevano tutti in giro per via del mio forte accento tedesco e i miei vestiti da femminuccia.” beve un sorso infinito “Gesù, ero veramente un povero sfigato.”
-“Da che parte vieni della Germania?”
-“Mio padre era di Andernach, della Renania.”
-“Che libri ti piacevano e quali pensi abbiamo influito sul tuo modo di scrivere?”
-“Cazzo ragazzo, vuoi sapere anche che numero porto di scarpe?” Si versa dell’altro vino.
-“A cosa brindiamo?”
-“Non saprei”
-“Ti dico io a cosa brindiamo: alla giovinezza che non ho mai potuto vivere!” e butta giù il vino.
Devo dire che è abbastanza triste vedere un proprio idolo sgretolarsi così di fronte ai propri rimpianti. -“Beh, almeno raccontami di come scrivi le tue storie”
-“Io le mie storie le scrivo sempre da ubriaco. Capisci, il vino mi permette di essere creativo, cosa che durante il giorno non posso essere. Alle poste è veramente una rottura di coglioni. Sempre le stesse cose. Sempre la stessa cazzo di gente, con le solite cazzo di lamentele. Prendi ancora un goccio?” e come posso non accettare, me lo sta offrendo uno degli scrittori a dir poco più influenti del secolo! E così butto giù un altro bicchiere di vino.
-“Cos’è che ti rende felice?” Ci pensa un po’ e si mette a ridere:
-“I miei gatti. Sono gli unici esseri viventi che non odio. Poi il vino. Però a ma basta grattarmi le ascelle e sono felice”
-“Parliamo del tuo ultimo racconto incompleto: Pulp. Come mai un titolo così inusuale? E come mai ti sei avvicinato al racconto Hard boiled?” – -“Sono sempre stato un amante del genere. Chandler soprattutto. É stato un tentativo di riavvicinarmi alle mie origini a quello che ho sempre letto. Oltre a Hemingway e John Fante mi piacevano tantissimo i polizieschi, i Noir. Poi Pulp in particolare è stato un gioco, un esperimento. Poi sono andato all’altro mondo.”
Sto per chiedergli “Com’è l’altro mondo?” ma in lontananza sento le note di Riders on the storm. La mia sveglia.
Sono nel mio letto, sudato, con una voglia matta di ritornare nel mondo dei sogni. Butto il telefono per terra e ricomincio a dormire.

Di Enver Negroni 

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