#LaNostraStoria – Il Giovane Favoloso

Per la rubrica dei nostri articoli più letti, oggi ripubblichiamo questa bella recensione, scritta da Chiara Casuscelli, al film di Mario Martone sul grande Giacomo Leopardi.

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«Piangi, che ben hai donde, Italia mia»

Questa frase potrebbe averla detta un attuale disoccupato, cassintegrato o precario. Invece, lo sfogo e l’arguta osservazione risalgono al 1818 ed è il frutto di un pensatore che ha saputo illuminare gli anfratti più oscuri dell’animo umano: Giacomo Leopardi (1798 – 1837).

È difficile credere che possano esserci delle affinità marcate tra un uomo dell’800 ed un individuo dei giorni nostri. Tuttavia, rileggendo i suoi componimenti si rintracciano numerose analogie, perché i temi affrontati da Leopardi fotografano anche tutte le difficoltà comunicative tra lo stato ed i cittadini, senza mai tralasciare una visione pessimistica (a tratti lungimirante) relativa alla natura umana, che abbraccia il pensiero filosofico di Michel de Montaigne.

La vita di questo immenso poeta, filosofo e filologo non è semplice da raccontare, però il regista Mario Martone ha fatto del suo meglio ed Elio Germano ha compiuto il miracolo trasfigurandosi nel corpo e nella mente, diventando Giacomo Leopardi.

Il Giovane Favoloso è un film che trova linearità nella sua complessità stilistica, impreziosendosi attraverso innumerevoli suggestioni visive. Proprio come accade ne La grande bellezza di Sorrentino, anche nel lavoro cinematografico di Martone viene lasciato spazio al silenzio, alla riflessione, alla contemplazione di paesaggi comunicativi. Gli stacchi musicali curati da Sascha Ring dilatano lo spazio ed il tempo, proiettando lo spettatore nella mente di Leopardi, rivelando un uomo pervaso da un’incolmabile arsura di sapere. Lui stesso, nel film, asserisce un’idea profondamente affine al pensiero cartesiano: «[il vero] consiste nel dubbio» ed il sapere non potrà mai essere effettivamente raggiunto, perché tutto rimane perennemente sospeso in un’infaticabile ricerca, sospinta dai venti dello “scetticismo”.

Tuttavia, lo studio sfrenato ha condotto Leopardi a gravi problemi di salute, minando una condizione fisica ampiamente precaria e compromessa. Perciò Martone decide di raccontare tutto, includendo anche la malattia dell’immenso pensatore, permettendo al fruitore d’immedesimarsi nello stato psicologico del protagonista, che nonostante le sventure continua a lottare per vivere dignitosamente:

..Nobil natura è quella
ch’a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte..

..Una natura nobile [di spirito] è quella
che possiede il coraggio di sollevare
il proprio sguardo mortale contro
il fato comune, e che con parole franche,
nulla toglie alla verità,
confessando il male che ci fu dato in sorte..

A dispetto delle avversità politiche, familiari e di salute, Leopardi è un uomo che combatte per sopravvivere, ma inevitabilmente soffre. Solamente i ricordi d’infanzia saranno lieti, perciò il regista dipinge questi momenti con grande delicatezza, raccontandoli attraverso le risa del giovane Giacomo, mentre gioca con due dei suoi fratelli: Carlo e Paolina, interpretati rispettivamente da Edoardo Natoli e Isabella Ragonese.

Il film lascia ampio spazio ai componimenti poetici di Leopardi, facendoci accostare con delicatezza al suo animo introspettivo e profondamente riservato, perennemente legato al mondo della fanciullezza. Tuttavia, l’infanzia rappresenta una dimensione fuggevole nella vita di una persona e non è destinata a durare per sempre, ma è innegabile la potenza creativa appartenuta al bambino, il quale rinnega inconsciamente ogni genere di «prudenza che rende impossibile ogni grande azione».
La grandezza di Leopardi riede proprio in questo: lui è riuscito a mantenere, con grande sofferenza, la purezza dello sguardo infantile, raccontando con dovizia stilistica i limiti autoimposti dell’essere umano.

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