#MusiCorner – Ozzy&Randy

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Era seduto sulla sua poltrona dello studio di registrazione osservando fuori dalla finestra pensando in che modo sarebbe davvero riuscito a rifarsi; dopo esser stato cacciato dai Black Sabbath era sprofondato in un abisso fatto di depressione alcool e droghe, ma voleva rinascere, tornare la grande Rock Star di un tempo.

Questi erano i pensieri di Ozzy Osbourne alle prese con i provini per la scelta di un chitarrista che avesse potuto rilanciarlo sul palco nella sua nuova carriera da solista. Fu in quel momento che entrò nella stanza un giovane ragazzo, aveva lunghi capelli biondi, un atteggiamento deciso, consapevole di quello che avrebbe dovuto fare, ma tutto questo Ozzy non lo notò, lui continuava a fissare fuori. “Puoi iniziare, suona quello che vuoi”. Il ragazzo imbraccio la sua chitarra e diede inizio alla sua prova; bastarono pochi secondi per convincere Ozzy della decisione che andava presa, si voltò di scatto, si tolse i suoi tipici occhiali rotondi e nerissimi e fissò con impazienza tutta l’esibizione. Appena il chitarrista ebbe finito Ozzy gli si avvicinò: “Sei la persona che stavo cercando, il tuo nome?” “Randy Rhoads, il piacere è tutto mio”.

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Sebbene Randy Rhoads avesse iniziato la sua carriera nei Quiet Riot, non esitò a presentarsi ad un provino non appena uscì la notizia del rilancio di Osbourne; proprio per questo non si può nominare Randy senza citare Ozzy e viceversa, il primo voleva cimentarsi in una nuova avventura, il secondo da una grande avventura era appena uscito, ma la sete di riscatto lo aveva portato a pensare a nuovi progetti e a ritrovare le proprie doti. Ozzy era stato cacciato dai Black Sabbath, la band che lui stesso aveva fondato; il motivo era stato l’eccessivo utilizzo di sostanze stupefacenti che lo avevano portato a presentarsi in studio in condizioni disastrose. Rhoads fu per Osbourne non solo un grande amico, ma una motivazione in più per tornare all’azione. I due insieme composero alcune delle più note canzoni che caratterizzarono gli anni 80’ del Rock. Venne composta la band “Ozzy Osbourne”, una band che non risultò di certo inosservata agli occhi della gente: da una parte c’era Ozzy, il leggendario cantante, chiamato “il più pazzo del mondo del Rock”, per gli scherzi assurdi e al limite del sopportabile che compiva; dall’altra Randy, il chitarrista che si era fatto strada in poco tempo e che con le sue dita faceva rabbrividire Van Helen che ai tempi era considerato il re. Uscirono in poco tempo “Blizzard of Ozz” e “Diary of a Madman”; i due album che diedero una grande spinta alla band appena creata e che fecero dimenticare in fretta i tempi dei Sabbath ad Ozzy, ma che non diminuirono di certo l’utilizzo di droghe. Il pubblico fu trascinato principalmente da due canzoni: Crazy Train e Mr. Crowley. Le due composizioni sono molto particolari perché se in una canzone tradizionale gli strumenti fanno da contorno alla voce, in queste gli strumenti, in particolare la chitarra, vanno di pari passo alla voce arrivando ad un’alternanza tanto insolita quanto apprezzata. Si ha quindi un continuo cambiamento di leadership durante la canzone tra Ozzy e Randy; difficile spiegare a parole la difficoltà degli assoli dietro alla voce, molto più facile apprezzarli in silenzio.

La collaborazione tra Randy e Ozzy durò solo per tre anni. Durante una pausa durante il viaggio per il “Diary of a Madman tour”, Rhoads, che era salito su un piccolo aereo mentre Osbourne si stava riposando all’interno dell’autobus, il pilota dell’aereo sbagliò una manovra precipitando a terra causando così la morte del chitarrista.
“Tutti mi chiedono quale sia stato il mio scherzo più stupido che abbia mai fatto, o il più pericoloso; nessuno mi ha però chiesto come mi sentissi dopo la morte di Randy, è come se una parte stessa della mia anima se ne fosse andata.” Così rispose ad un’intervista il cantante ancora scosso da ciò che era accaduto; ma Ozzy non si sarebbe lasciato abbattere, era già rinato una volta e non avrebbe esitato a farlo di nuovo.

Dopo poco tempo trovò un nuovo talentuoso chitarrista, Zakk Wylde; ma questa è un’altra storia…

di Marco Magoni

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