Thailandia – Diario di Viaggio 14a parte

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Riprendo dopo mesi il racconto del mio viaggio in Thailandia, a quasi un anno dalla mia partenza. Ormai siamo agli sgoccioli: dopo Phuket, io e Vale siamo state a Koh Tao, poi a Koh Phangan, poi di nuovo a Bangkok per prendere l’aereo del ritorno. Potrei parlarvi delle spiagge bianche e il mare limpido, della sensazione dei coralli che mi massaggiano le piante dei piedi e dei pesci che mi ronzano attorno mentre faccio il bagno; potrei, che so, raccontarvi di quella bambina che mi prese per mano accompagnandomi sulla riva e della mia rovinosa caduta sulle rocce, con la fotocamera in mano; o ancora, del Full Moon Party, di Marco e del bacio a ritmo reggae sulla spiaggia, illuminata a giorno dalla luna piena. Potrei, ma penso dedicherò quest’ultimo post ad un resoconto del viaggio non tanto come sequenza di tappe ed eventi, quanto più come esperienza ad ampio raggio. Plagiando spudoratamente un film/libro che molti di voi avranno visto/letto, potrei dire che ciò che ho imparato in Thailandia è che “la felicità è reale solo se condivisa”; potrei, e infatti lo faccio, pur correndo il rischio di risultare scontata. Il punto è che sentirlo da altri è un conto, scriverlo sulla parete della propria camera come fece Silvia quando eravamo al liceo e vedemmo Into the Wild insieme è un altro, capirlo e tenerselo sotto la pelle è un altro ancora. Semplificando al massimo, è un po’ come quando, passeggiando per il centro, vedi un bel cappotto che non ti puoi permettere in vetrina: finché lo vedi è basta, sai che ti piace ma sta lì; a questo punto le cose che possono succedere sono due: o ci passi davanti ogni mattina, innamorandoti giorno dopo giorno sempre di più del colore, del taglio e di ogni singolo dettaglio del cappotto, oppure puoi fare qualche straordinario, risparmiare due soldi, entrare e comprartelo, così finalmente te lo puoi mettere, avvolgendotici stretta stretta nel freddo gelido dell’inverno, che può fare tutto il freddo che vuole, tanto tu hai il tuo cappotto caldo e bellissimo. Ecco, io è proprio così che sento quella frase: addosso, come se mi abbracciasse e mi facesse sentire a mio agio, nonostante le intemperie. Ero in Thailandia, in uno dei paesi più belli del mondo, viaggiando in lungo e in largo, e mi sentivo contenta, non felice, una differenza che sono riuscita a razionalizzare solo a posteriori, nel momento in cui, appunto, sono tornata a Bergamo e ho avuto bisogno di mettermi il cappotto. Nonostante i posti meravigliosi che ho avuto la fortuna di visitare, lo stimolo nuovo che ho ricevuto dalle persone conosciute lungo il cammino, l’amicizia di una compagna di viaggio straordinaria, quello a cui pensavo in ogni momento della mia giornata era Mr Minchione: pensavo che avrei voluto strapparmi gli occhi per darglieli, così che potesse vedere anche lui la giungla, gli elefanti e l’azzurro cristallino dell’acqua. Ora, tralasciando per un secondo il fatto che Mr Minchione sia un minchione e che le cose con lui non siano andate proprio come speravo, il punto non è tanto a chi fosse rivolto questo mio desiderio di condivisione, bensì il desiderio stesso. Sul finire del viaggio sentivo che per passare da quello stato di contentezza alla felicità avevo bisogno di lui, di lui perché per me in quel momento risiedeva l’idea che mi ero fatta dell’amore. Ancora non lo chiamavo così, l’amore – e nemmeno Mr Minchione, ai tempi usavo ancora il suo nome di battesimo: lo chiamavo “ci troviamo bene”, lo chiamavo “complicità”, lo chiamavo “waferini a letto per colazione” e “vino rosso e pop corn per cena”. Se fosse o meno amore non penso abbia senso stabilirlo, io era convinta che lo fosse e questo mi bastava per percepirlo come autentico. Le cose ora sono diverse, è passato del tempo e le ferite si sono quasi rimarginate, e nonostante la delusione subita di una cosa devo essere grata a Mr Minchione: ho capito che l’amore esiste, esiste davvero, ed è la forma più alta di condivisione, tanto da riuscire a sublimare la contentezza trasformandola in felicità. Poi non so se Supertramp intendesse proprio questo, io il mio cappotto ho deciso di indossarlo così. C’è pure da dire che io sono un’incurabile romantica, lo riconosco, quindi capisco che tutto il mio bel discorso possa assumere i connotati di una commediuola scadente con Ryan Gosling, specie per i più cinici; ma l’amore sta dappertutto, banalmente è nell’aria che respiriamo, che di fatto è il bene più condiviso al mondo. Lo si può trovare nell’arte, in una poesia, nello sport, in un frullato alla nocciola, nello sguardo di uno sconosciuto, sotto una pietra, in un tramonto nuvoloso, in una giornata di sole o sotto una tempesta; quello che sentivo io è che, affinché tutte queste cose meravigliose assumessero il loro vero significato, la condizione necessaria era quella di raccontarle a Mr Minchione, o a chi per lui, a quello che io vedevo come reificazione di un sentimento. Rifacessi un viaggio simile sono sicura che sarebbe diverso ora che ho questa consapevolezza, anche se non so bene in che termini. Probabilmente quello che farei è cercare più occasione di condivisione possibile nel posto in cui mi trovo e non con qualcuno che è lontano, perché “la felicità è reale solo se condivisa” è vero solo se reale è pure la condivisione; quello che sentivo per Mr Minchione era certamente un sentimento di qualità, ma non era concreto, tangibile, era fondato su belle parole, momenti passati insieme lontani nel tempo e nello spazio e su congetture che mi ero fatta da sola; quello che potrei trovare nell’arte, in una poesia, nello sport, in un frullato alla nocciola, nello sguardo di uno sconosciuto, sotto una pietra, in un tramonto nuvoloso, in una giornata di sole o sotto una tempesta, è sicuramente un amore diverso, ma almeno è reale. Come il cappotto che mi sono comprata.

di Laura Spataro

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