Ma di cosa stiamo parlando?

Il patetico confronto dei candidati statunitensi

Hillary Clinton and Donald Trump are tightening their grips on the Democratic and Republican presidential nominations.

A St. Louis, in Missouri, Hillary Clinton e Donald Trump si sono sfidati in diretta tv per la seconda volta. Il duello presidenziale, a questo giro, ha rasentato il ridicolo. I candidati si sono ridotti a bisticciare su dati personali, ad accusare le proprie marachelle, dimentichi del ruolo che dovrebbe spettar loro: la presidenza statunitense.

Già l’ingresso in sala del tycoon lascia molto a desiderare. Si presenta con alcune “alleate”, ex accusatrici della repubblicana. Fra queste, ad esempio, Katy Shelton, ragazza il cui stupratore fu difeso dalla Clinton durante la sua vecchia carriera da avvocatessa. Ecco dunque il botta e risposta di Trump, che già così presenta il dibattito come una zuffa da osteria. Le macchie del passato della Clinton (che, durante la teleconferenza, si siedono nelle platea, alle sue spalle) contro quel famoso video del 2005, prova dell’inadeguatezza del candidato, sessista e volgare.
La discussione esordisce proprio con il celeberrimo video. Trump, ovviamente, con fare populista va scusandosi “with the American people”. “Locker-room talk” (discorso da spogliatoio): così definisce quelle registrazioni, cercando di liquidare precipitosamente l’imbarazzante gaffe. La Clinton ha gioco facile nel rimarcare il parallelo fra il tycoon omofobo e razzista del 2016 e quello sconcio e villano di dieci anni prima, presentandosi come paladino delle donne offese. Così la democratica si eleva a protettrice delle vittime del rivale tramite una comoda antitesi; cosa ci vuole a difendere i diritti delle donne se si discute con un “misogino”? Qui il battibecco si fionda nel patetico. Trump se la prende sul personale, accusando le 33mila mail cancellate dal server privato della Clinton quando ancora occupava la posizione di segretario di Stato. Mail sospette, non c’è che dire, ma logorroico punto fisso di tutte le discussioni trumpiane. Giusto per santificare la lite, il repubblicano minaccia la sua rivale di farla arrestare qualora dovesse vincere le elezioni, aggiudicandosi pure una discreta risata del pubblico. La domanda finale esprime con sincerità la natura del dibattito. Infatti non si interrogano i candidati su prospettive future, politiche, economiche o quantomeno interessanti; niente affatto. “Un lato positivo del proprio avversario?”: la Clinton elogia i figli del repubblicano, Trump riconosce la tenacia della rivale. I 90 minuti di dibattito si concludono con una stretta di mano oscenamente ipocrita, dopo un bisticcio incentrato su vicende personali e marginalmente politiche.

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La Clinton, stando ai sondaggi della Cnn, ha riportato una schiacciante vittoria, ma l’opponente non demorde, sopravvivendo dopo i primi venti minuti di tilt alle accuse nemiche. La bufera del video è stata sicuramente indicativa per questo confronto. Si frammenta internamente il partito repubblicano. A prendere le distanze sono anzitutto testate nazionali come il St. Louis Dispatch, quotidiano storicamente conservatore che, dopo un secolo di appoggio ai candidati repubblicani, è giunto a sostenere il partito opposto. A seguire la sua scia anche altri giornali come il Boston Globe o l’Arizona Republic. Pure Paul Ryan, speaker della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato di non voler più difendere Trump in questa guerra.

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Rendiamoci conto del livello delle odierne presidenziali. La decadenza americana necessita di una leadership tenace e insistente, capace (soprattutto capace) di restaurare le fondamenta di un Paese ormai inciampato nella crisi mondiale. Tale figura non può trovarsi sicuramente nella rozzezza di Trump, “forte” in quanto rude e meschino. D’altro canto è sconcertante immaginare che molti repubblicani andranno a votare il partito opposto per un principio di minor sofferenza: votare la Clinton che, rispetto a Trump, non è poi così male. Lascia l’amaro in bocca pure la conversione politica di molti repubblicani. Arnold Schwarzenegger, ex governatore repubblicano della California, si dissocia completamente dalla politica intrapresa dal tycoon.
Cosa resterà dell’America? Lo vedremo l’8 di novembre, sperando che nel frattempo sopraggiunga il giudizio finale.

di Marco Bellinzona

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