Disneyland a porte chiuse

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Mosca, 1988. Un’automobile elegante sfila al centro della Piazza Rossa, seguita da guardie del corpo, giornalisti e curiosi: Ronald Reagan è in visita per un summit con Mikhail Gorbachov.
Al presidente americano vengono mostrate le meraviglie di Mosca e tutte le sue reazioni sono immortalate dal fotografo ufficiale, che lo segue ovunque. È lui a fotografare alcuni turisti mentre stringono la mano a Reagan, e sempre lui rimane perplesso quando cominciano a porre strane domande al presidente. Non c’è da stupirsene: i turisti sono agenti del KGB sotto copertura, per garantire una maggior sicurezza all’importante visitatore. Tra loro c’è forse il giovane Vladimir Putin, ritratto accanto a Reagan con una macchina fotografica al collo.
Se il presidente americano ha incontrato qualche difficoltà nella visita a Mosca, di sicuro non è stato infastidito dalla grande quantità di agenti russi in borghese.
Non si può dire lo stesso di Nikita Khruščёv, che si era trovato nella situazione di Reagan quasi trent’anni prima, il 19 settembre 1959. Invitato negli Stati Uniti in piena Guerra Fredda, il primo segretario del Partito Comunista russo non era affatto contento di dover affidare la propria sicurezza alla polizia americana. Al ritorno in patria, si lamentò del fatto che di tutte le guardie incaricate di proteggerlo nessuno fosse stato capace di garantirgli una visita sicura a Disneyland. Di fatto, gli fu impedito di entrarci.

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Questo strano divieto è entrato a far parte delle leggende storiche: una versione sostiene che sia stato addirittura Walt Disney in persona a rifiutarsi di avere Khruščёv nel suo parco. Ipotesi da scartare, nonostante il padre di Topolino fosse un convinto anticomunista, perché non avrebbe certo perso l’occasione di mostrare la superiorità americana anche nella gestione del tempo libero.
Secondo William Parker, all’epoca capo della polizia di Los Angeles, Disneyland non faceva parte della sua giurisdizione e quindi i suoi uomini non avrebbero potuto garantire la completa sicurezza del primo segretario russo. Inoltre, il percorso di Khruščёv era stato concordato insieme ad alcuni funzionari sovietici, che non avevano incluso il parco nell’iter.
Il temperamento infiammabile di Khruščёv diede il meglio di sé. Durante la giornata era già stato irritato dalla palese ostilità del presidente della Twentieth Century Fox Spyros P. Skouras, che tentava di spaventarlo “sbattendogli in faccia la forza dell’America” e non servì a placarlo nemmeno il piacevole pranzo con Frank Sinatra e Marilyn Monroe. Quando gli fu vietato di visitare il “luogo più felice della Terra” insieme alla famiglia, Khruščёv chiese sarcastico se per caso nel parco non ci fosse nascosta qualche base missilistica, o si fosse scatenata un’epidemia mortale. Almeno questo avrebbe spiegato perché all’epoca del presidente Truman era stato permesso ad alcuni funzionari russi l’ingresso che a lui veniva negato.
In effetti il motivo per cui Nikita Khruščёv non ha mai visitato Disneyland è tutt’altro che chiaro. Nonostante le dichiarazioni di Parker, il parco ha sempre fatto parte della Orange County, di pertinenza della polizia di Los Angeles che lo tutela anche oggi. Quanto alla disponibilità di personale per la protezione di Khruščёv, era stata palesemente confermata fin dall’arrivo del leader sovietico: la strada che collegava l’aeroporto di Washington con l’Iowa, prima tappa della visita, era interamente sorvegliata da guardie armate. Khruščёv si sarà chiesto come mai c’erano uomini abbastanza per coprire più di mille chilometri attraverso gli Stati Uniti, ma nessuno in grado di proteggerlo da eventuali killer mascherati da Topolino.
La visita del presidente del Consiglio dell’URSS non è stata uno dei più grandi successi dell’America. Il clima era ancora teso e a molti americani non piacque l’idea di avere il nemico in casa. Skouras, ad esempio, rinfacciò a Khruščёv una frase pronunciata nel 1956 in risposta ad alcuni ambasciatori: quando il segretario aveva affermato con sicurezza: “Noi vi seppelliremo”, la frase, mal tradotta in inglese, era parsa una minacciosa allusione all’uso di armi nucleari. Anche se non proprio gentilmente, Khruščёv intendeva invece rimarcare che il comunismo sarebbe vissuto più a lungo del capitalismo, vedendone il “funerale”. Questa svista di traduzione ebbe un ruolo importante nei rapporti di Khruščёv con la California, che fu l’ultima tappa del suo viaggio. Offeso dagli affondi di Parker e Skouras, il segretario partì in tutta fretta il 20 di settembre. Tornò in America l’anno successivo per l’Assemblea Generale dell’Onu, ma non si mosse da New York.
Il suo sogno di visitare Disneyland rimase tale fino alla fine, quando il capitalismo lo seppellì nel 1977.

di Susanna Finazzi

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