#MUSICORNER – CIRCLE JERKS, RIVOLUZIONE HARDCORE

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I Circle Jerks sono gruppo hardcore punk californiano, tra i più rappresentativi dell’ondata di questo movimento sviluppatosi negli anni ’80, fondato da Keith Morris dopo il suo improvviso abbandono dei Black Flag nel 1979. Il primo album pubblicato è Group Sex, 14 tracce, 15 minuti, una vera esplosione di anarchia che contiene anche un pezzo che divenne motto del movimento, “Live fast die young”, oltre che pezzi presi dal repertorio dei Black Flag quali “Wasted” e “Don’t Care”; alcuni pezzi come “Red tape”, “Back against the wall”, “I just want some skank” sono presenti all’interno del documentario riguardante la sottocultura punk di Penelope Spheeris: “The decline of western civilisation”.

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Da qui inizia una discreta collaborazione cinematografica, vedi Sid e Nancy, il peggiore film sul punk mai girato e pubblicato, riguardante la storia del bassista dei Sex Pistols. Confusione, cambi di ritmo, batteria molto veloce e la voce sgraziata di Keith, comunicanteun ironia cinica e nichilismo. I concerti del gruppo erano movimentati, violenti e spesso provocatori, luogo di protesta, per questo vennero promossi a pieni voti dalla platea Hardcore del momento.

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Il secondo album non tarda ad arrivare, intitolato “Wild in the Streets”, omonimo del pezzo di apertura, una cover di Garland Jeffreys, da quest’ultimo scritto a causa di un episodio di violenza sessuale con omicidio avvenuto nel Bronx ma che divenne in seguito uno slogan tra i vari gruppi di skaters; questo lavoro ebbe un notevole successo, anche se vi sono cambi di ritmo meno esagerati rispetto ai pezzi del precedente Group Sex riesce comunque a comunicare un gran caos, con un un basso molto pesante e dei riff da paura. Come nel primo album, i pezzi consistono in manciate di secondi di puro panico, con un totale di 25 minuti di durata. Questi sono i due album più simbolici dei Circle Jerks, anche se da qui inizia una storia molto travagliata tra cambi fra membri e scioglimenti. L’ultimo album risale al 1995 e si chiama “Oddoties, abnormalities and curiosities”, un buon disco ma comunque conseguente dell’evoluzione di questo genere, niente a che vedere con Group Sex e Wild in the Streets.

di Francesco Boschis

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