UNA “COSA” DA CONOSCERE

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“La professionalità consiste anche nell’evitare le trappole; ripercorrendo l’impressionante elenco dei caduti per mano mafiosa mi pare che la percentuale di omicidi che si potevano evitare sia molto più elevata di quella dei morti per così dire normali”. Queste sono le parole di Giovanni Falcone riportate nel libro “Cose di Cosa Nostra” concepito sulla base delle interviste al giudice. Egli sosteneva il fatto che molte vittime della mafia sono persone “scomode” che non hanno potuto o voluto rendersi conto della loro posizione e quindi non hanno ottenuto una giusta scorta, una giusta protezione. Con il termine “normali” Falcone intende quelle vittime che pur avendo una protezione adeguata sono state eliminate comunque. Il libro continua con queste parole: “Percepisco nei miei colleghi un desiderio di tornale alla normalità, e allora mi sorprendo ad avere paura di un simile atteggiamento: normalità significa meno scorta, ma anche meno indagini, meno incisività, meno risultati”. In un certo senso la normalità è una realtà in cui le varie organizzazioni mafiose continuano la loro attività di profitto, di intimidazione e di violenza. Questa idea fa rabbrividire perché dimostra come ormai queste organizzazioni facciano parte della società, “dell’ambiente” come ripeteva Peppino Impastato. E’ giusto constatare però che le organizzazioni mafiose, in particolare Cosa Nostra, siano cambiate molto nel corso degli anni nel modo di agire anche se rimangono invariate le strutture e l’ideologia. La mafia è stata costretta a cercare nuovi mezzi per raggiungere i propri obbiettivi e mantenere i propri interessi, dato che l’attenzione alle organizzazioni di questo tipo è notevolmente aumentata dal Maxiprocesso in avanti. Essa tende quindi a diminuire gli omicidi e gli atti di violenza, se non strettamente necessari; preferisce per esempio rovinare economicamente una famiglia e soprattutto cercare accordi con la politica che possano tutelare la propria sopravvivenza. Il primo boss mafioso ad aver capito l’importanza dell’appoggio politico è stato Totò Riina, un capo che possiamo definire abbastanza recente. Grazie a questa ricerca dell’appoggio in politica si è arrivati a dei veri e propri accordi, sia nelle piccole realtà dei singoli comuni che a livello più elevato e quindi ad interi partiti contaminarti dalla presenza del favoreggiamento mafioso. A questo proposito vengono comode le parole di Falcone: “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Ne sono un esempio Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa (questi i principali anche se l’elenco è molto più lungo) e purtroppo anche l’autore di queste parole e il suo stretto collaboratore Borsellino. Vengono comode soprattutto perché generano una domanda: lo Stato non è riuscito o non ha voluto proteggere questi suoi servitori? E’ ovvio che non si può generalizzare, ma bisogna distinguere caso per caso. Quando anche lo Stato inizia a fare gli interessi di una organizzazione mafiosa, allora distinguere il normale dall’anormale diventa molto difficile e le parole del giudice Falcone devono risultare ancora più imperative. Nel tempo il fenomeno mafioso non ha perso la sua potenza, ma l’interesse nel contrastarlo è notevolmente aumentato: è nato un ente del governo appositamente dedicato e numerose organizzazioni che denunciano le attività illecite delle mafie e sensibilizzano la gente. Ritengo molto importanti queste organizzazioni perché le mafie, che hanno come obbiettivo principale il profitto, vanno combattute proprio dal punto di vista economico; per questo l’attività di enti di questo tipo è molto importante, perché dona ai beni confiscati una nuova collocazione nel sociale, una nuova destinazione che crea nuove opportunità e toglie possibilità di guadagno alle mafie. La questione dei beni confiscati è un punto ostico. Recentemente sono stati in molti a criticare Libera dicendo che detiene il monopolio dei beni confiscati e dunque accusandola di essere “la mafia dell’antimafia”. La realtà però è un’altra: Libera nel ’96 si è battuta per istituire la legge 109/96 che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati sia ai mafiosi che ai corrotti. Grazie alla raccolta di più di 1 milione di firme la proposta di legge è diventata legge effettiva. Nel 2000 inizia la collaborazione tra Libera e la prefettura di Palermo. Nel 2001 nasce il progetto Libera terra con lo scopo di creare delle cooperative sociali formate da giovani necessarie per sviluppare nei terreni confiscati alle mafie delle imprese come esempio di economia pulita. I prodotti e le imprese verranno poi intitolati alle vittime di mafia per fare anche memoria. Oggi Libera non si occupa dei beni confiscati, esiste un’agenzia nazionale che decide il destino dei beni.
Di certo non si può combattere una guerra basandosi solo su questo punto, è giusto informare, sensibilizzare fin dai primi anni di scuola; vi è il bisogno di una rivoluzione culturale in cui le istituzioni devono dare sicurezza e non cadere al servizio della corruzione delle mafie, una rivoluzione in cui venga data più importanza a fatti di intimidazione, violenza, estorsione, corruzione soprattutto dai media che hanno la possibilità di informare l’intero paese.

In particolare vi è bisogno di una rivoluzione che dia più garanzie e sicurezza ai coraggiosi che parlano di fronte alle attività mafiose mettendo a repentaglio la propria vita, l’omertà è l’ostacolo principale per un’efficiente lotta alle mafie, ed è anche l’ostacolo più difficile da districare. Dopo 20 anni di latitanza è stato arrestato Ernesto Fazzalari, considerato il secondo latitante più pericoloso dopo Matteo Messina Denaro, l’attuale boss di Cosa Nostra. Era un boss della ‘Ndrangheta, ma una delle notizie che fa più scalpore è che egli è stato arrestato a Molochio (Aspromonte del Reggino), ovvero è stato trovato nella sua terra, anche se ricercato in tutta Europa; questo perché vi è un muro di omertà e indifferenza che permette a questi pericolosi individui di nascondersi proprio nella loro terra di origine, nel loro quartier generale.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.” Così Falcone conclude il suo libro ricordando gli eroi caduti per mano mafiosa che hanno avuto un appoggio troppo debole di fronte alla potenza di Cosa Nostra, ma forse ricordando anche che essi sono stati uccisi perché troppo grandi e forse in grado di sostenere un gioco così difficile.

di Marco Magoni

in collaborazione con Giulia Brambilla

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