UN BUCO NEL TUNNEL

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Premetto che per scrivere questa intervista ho impiegato molto tempo. Tutte le volte che mi sedevo di fronte al computer rivedevo gli occhi azzurri, cristallini e grandi di Andrea*, un ex-tossicodipendente che si faceva di eroina. Adesso ha 35 anni, ma ha iniziato quando ne aveva 23. Da parecchi anni è pulito e ora aiuta le persone che hanno gli stessi problemi che ha provato nel tunnel oscuro della droga.

Ho incominciato perché stavo attraversando un periodo veramente schifoso… – tiene la mano fra i capelli biondi e con l’altra una sigaretta – Al lavoro visto che ero il più giovane (facevo l’operaio in una ditta metalmeccanica) venivo sempre discriminato dai miei colleghi che erano un po’ più vecchi di me. Mio padre beveva come una spugna, mi picchiava, perché diceva che non facevo mai un cazzo. Diciamo che la mia situazione familiare non era delle più felici. Mi sentivo un reietto, un sacchetto dello sporco. E l’unica valvola di sfogo che avevo era la droga…

Come ci sei entrato nel giro? C’era già qualcuno che conoscevi oppure ci sei arrivato da solo?
Ci sono arrivato da solo. Sapevo che dietro la stazione c’era un pusher. Una sera, dopo l’ennesimo litigio con mio padre, sono andato da lui e l’ho comprata. E l’ho consumata subito. Non è stato come uno si può immaginare: una botta di euforia e via. No, assolutamente. È stato come se ti fossi preso una piomba tutta d’un colpo. Poi sono stato male come un cane. Ricordo che ho tirato su l’anima… L’anima! Mi ero subito ripromesso che non l’avrei mai più fatto. Invece il mio viaggio era appena iniziato.

Quindi quello che ci mostra la filmografia sulla droga, come Trainspotting, Requiem for a dream, non si avvicina minimamente alla realtà?
Un po’ si e un po’ no. La botta di euforia c’è, ma non dura così tanto. È un colpo…

Cosa ti ha fatto capire di aver sbagliato strada e di aver accettato di prendere un percorso di riabilitazione?
Beh, per il semplice fatto che fisicamente non ce la facevo più. Mi sentivo rotto dentro, marcio… Insomma, non potevo continuare ad essere uno zombie.

I suoi occhi chiari, azzurri come il cielo si fanno scuri, come se stesse rivivendo quei momenti. Qual è stata la tua più grande difficoltà nel piano di riabilitazione?
Il fatto che stacchi con tutto quello che è una dipendenza, tutto. Però se sei in un ambiente favorevole, come è stato quello in cui mi sono ritrovato, ce la fai. Fai amicizia con gli altri ragazzi e capisci che non sei solo. Non sei solo con il tuo passato. L’ho passata veramente brutta, ma ora ho ripreso a vivere.

Ma i tuoi come l’hanno presa quando sei finito nel centro di riabilitazione?
Mio padre non mi ha voluto più parlare. Mia madre non ha mai detto una parola.

Ma ora le cose sono cambiate?
Fortunatamente si, mio padre ha capito che era uno stronzo, che il suo affogare i suoi dispiaceri, le sue frustrazioni nell’alcol non serviva proprio niente. Anche mia madre, nel suo piccolo. Ha preso a cucinare cose che non ha mai fatto prima, ha ripreso a vivere anche lei.

Questa intervista è stata la più difficile che io abbia scritto fino ad ora. Sarà per la carica emotiva, sarà perché Andrea quando parla ha un modo di parlare ipnotico… Ma una cosa è sicura: la forza di volontà porta sempre a trovare la strada giusta e a superare le nostre difficoltà. Anche le più grandi.

di Enver Negroni

*: nome di fantasia.

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