THAILANDIA – DIARIO DI VIAGGIO 7a parte

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Prima di addentrarci nella giungla la jeep ci porta ad un allevamento di elefanti; siamo qui per salire loro in groppa e farci una passeggiata tra gli alberi. Io sono sconvolta dalla situazione: un cucciolo è incatenato ad un palo e cammina su se stesso nel proprio sterco, la pelle dei pachidermi sembra indebolita, in particolare sulla testa, dove gli addestratori colpiscono con un bastone a punta quando disubbidiscono e i nostri compagni di gita sembrano tutti esaltati all’idea di farsi una foto con l’elefante. Io e Vale siamo le uniche dall’aria afflitta, a me scende addirittura una lacrima. È stata una brutta mattinata, quella. Alla fine saliamo anche noi sull’elefante, perché Vale mi fa notare che ormai questo tour lo abbiamo pagato, quindi in qualche modo abbiamo finanziato l’attività. Il ragazzo che conduce l’animale se ne sta tutto il tempo al cellulare, ma non ci stupiamo più di tanto visto che in Asia è prassi. Canticchia una canzone, pensiamo noi: magari è per tener calma la bestia. Prego perché tutto ciò finisca presto e per fortuna è così. Ora è tempo di trekking nella giungla e a guidarci sarà l’ometto dalla dentatura ingiallita che abbiamo conosciuto ieri all’hotel, Joshua. Esordisce così: «Yesterday my name was Joshua, today it’s Rambo». Ok Rambo, vediamo. Rambo ci accompagna attraverso i bamboo passando per le risaie, camminiamo sulle rocce e nel fango, in salita e in discesa e lungo tutto il percorso ragni e serpenti ci fanno da testimoni. Dopo un paio di ore arriviamo ad un minuscolo conglomerato di capanne, saranno al massimo sei. Rambo lo definisce villaggio e a me suona strano, considerato che il numero di maiali è maggiore di quello della persone, ma si dà il caso che è qui che dormiremo sta notte. Presto arriva sera e il sole si spegne, molto prima di quanto non faccia in città. Due donnine della tribù ci preparano la cena – riso e pad thai, sai che sorpresa – e mentre mangiamo Rambo ci racconta la storia del suo villaggio. Noi lo ascoltiamo in religioso silenzio, sotto la calda luce della torcia appesa al soffitto, io, Vale, i francesi, Emma, Sam e pure il ragazzo giapponese, anche se non so quanto abbia capito. Nel frattempo si rolla una sigaretta gigante, usando come cartina una grossa foglia di bamboo, e ne facciamo un tiro a testa. Da quel momento il degenero e l’alcol inizia a scorrere a fiumi sul nostro tavolo; a darci dentro sono soprattutto i francesi, che si vede che sono in vena di far festa, ma anche Sam non scherza. Rambo, che sarà pure un nanetto coi denti marci che vive nelle capanne, di fiuto per gli affari ne ha da vendere: ci fa fare dei giochi alcolici, così siamo costretti a comprare altre birre. Ci spiega che la Chang ce la fa pagare un po’ di più rispetto al supermercato perché per portarla sin lassù, in assenza di una strada che arrivi al villaggio, bisogna che le donne si carichino le casse sulle spalle. Non so quanto crederci, visto che sento un rumore di auto; mentire spudoratamente poi sarebbe perfettamente nel suo stile. Io non compro nulla, mi faccio offrire dai francesi, e devo dire che invece questo è perfettamente nel mio di stile. Si fanno le 9, ma pare notte fonda. Il cielo è pieno di stelle, sembra più bianco a puntini neri che non il contrario. Così ognuno se ne va nella propria capanna e si addormenta, nonostante il freddo e l’umidità, nel mezzo del nulla e, parlo per me, senza alcun pensiero per la testa. L’indomani Rambo ha cambiato nome: oggi vuole essere chiamato “Jungle King”. È da ieri sera che continua a ripetere “Lady boy, never try, never know” e stamattina è la prima cosa che ci dice al risveglio. Dopo aver trascorso la mattinata a spasso per la giungla, salutiamo i francesi con la promessa di sentirci via mail; da alcune parole captate in jeep deduciamo che Emma e Sam stasera usciranno a sbronzarsi, il giapponese inutile non si sa, appunto perché è inutile, io e Vale, invece, rientrate a Chiang Mai, vagando per China Town, ci ritroviamo nel quartiere degli artisti. L’indomani riusciamo finalmente ad andare a parlare con i monaci.

Dunque, ora mettetevi comodi perché vi racconterò la storia di Bim. Bim è nato e cresciuto in Thailandia, in una famiglia che non si può definire né ricca, né povera. Bim ha un sacco di problemi durante il periodo adolescenziale, non è dato saper di che tipo; fatto sta che arrivato all’età di diciotto anni Bim decide di cambiare vita e diventare monaco. Ora ne ha ventidue ed è una persona felice – o almeno così dice. Si sveglia tutte le mattine alle 5 e dopo la meditazione si incammina verso il tempio Chedi Luang, dove ha sede la sua università. È qui che lo incontriamo noi. Ci sediamo all’ombra di un grande albero e ci esorta a fargli ogni tipo di domanda ci venga in mente. Vale mi concede l’onore di iniziare ed io do libero sfogo alla mia curiosità. Parla piuttosto bene inglese, anche se non capisco proprio tutto; trovo buffo il suo modo di pronunciare le “r”. A una certa inizia a diventare ripetitivo, ma io è già da un po’ che ho abbassato la soglia dell’attenzione rispetto alle sue parole: sono completamente stregata dal suo sorriso, è calmo e disteso, come se fosse latente sul suo viso, pronto ad esplodere da un momento all’altro. Dice che la felicità è questione di mente e si passa un dito sulla testa, disegnandone la circonferenza. Io mi immagino il cranio aprirsi lungo la linea che ha tracciato e uscirne tutti i libri che ha letto, i pensieri e le meditazioni che lo hanno portato a convincersi di questa cosa. Dell’amore dice che è sofferenza ed io, che l’unico pensiero che riesce a farmi sorridere in questi giorni è quello per M.r Minchione, non so bene come spiegargli che Bim, non è proprio così. Prima di congedarci, Bim chiede a Vale quanto avessimo pagato il biglietto aereo per venire qui dall’Europa. Ci confessa che se un giorno dovesse decidere di abbandonare la vita da monaco vorrebbe viaggiare e diventare una guida turistica. Non so, Bim, dici tanto di essere felice, ma forse persino a te manca qualcosa.

di Laura Spataro

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