BREAKING BAD: IL CIELO IN UNA STANZA

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Non sono mai stata tipa da serie tv, non tanto perché non ne cogliessi lo spessore; il problema è che non ho mai avuto la costanza di seguire una trama tanto lunga e intricata. Poi però è successo che la mia coinquilina ha iniziato a guardare Breaking Bad. E giustamente non lo faceva in camera sua, sullo schermo dieci pollici del portatile, con le gambe in fiamme per via del calore della batteria, ma sul mega divano che sta in salotto: sigaretta, copertina e tv, capite bene che così è tutta un’altra vita.

Quindi, la situazione era più o meno questa: torno dal lavoro e me la trovo lì, super presa dalle vicende di questo tale, Walter White. Tutti che ne parlavano bene, lei che non le si poteva rivolgere parola per tutti i 40/50 minuti della puntata tanto sembrava rapita; i presupposti affinché anche io cadessi vittima della serie tv addiction c’erano tutti. La storia ha iniziato a incuriosirmi davvero solo dopo qualche puntata, come d’altronde è normale che sia; la cosa che sin da subito mi ha colpito è stata la fotografia magistrale, in modo particolare le immagini del cielo. Ho sentito una sorta di sintonia col regista, Vince Gilligan: forse anche lui è un sognatore come me, uno di quelli che se ne esce da solo al tramonto e dal punto più alto della città sta lì ad aspettare che il cielo cambi colore. Dunque, prima ancora di affezionarmi a Walter, penso di essermi innamorata di quei frame riempiti per tre terzi di cielo; magnifico poi quando le nuvole ci corrono dentro o il sole fugge a rotta di collo via dai contorni dello schermo come se qualcuno lo stesse inseguendo. Non aspettavo altro, guardando la puntata. Lo dicevo pure alla mia coinquilina: “ma Erika, ma guarda che cielo, guarda che scena, guarda che colori incredibili, guarda!”. Lei, che non le si poteva rivolgere la parola per tutti i 40/50 minuti della puntata, per lo più mi ignorava e si rollava un drum senza staccare gli occhi dalla tv, ma son certa che anche lei apprezzasse.

Insomma, chi ha seguito la serie sa bene a cosa mi riferisco: tutti quei momenti in cui Walter e Jesse si addentrano con il camper nel deserto di Albuquerque per produrre metanfetamina, so bene che li avete stampati sulla retina dell’occhio. Quella di Gilligan per il cielo, però, è una fissazione ben più profonda; man mano che proseguivo la visione di Breaking Bad, stagione dopo stagione, coglievo sempre più dettagli. Su tutti, pensateci amici nerd, com’è che si chiama la metanfetamina purissima e perfetta prodotta dal famigerato Heisenberg? Blu Sky. E la moglie rompipalle di Walt? Skyler. Che siano tutte coincidenze? Io non credo. Gilligan vuole chiaramente dirci qualcosa. Ma non solo il cielo: altro elemento ricorrente, in modo forse ancora più evidente, i colori. E pensandoci, cielo e colori sono strettamente collegati, perché il cielo cos’è se non un colore? Di fatto, l’azzurro, il grigio, il rosso, il rosa del cielo non sono che un riempitivo visivo dell’aria che respiriamo. Dunque, dicevo, i colori. I nomi dei personaggi, innanzitutto: Walter White, Jesse Pinkman, l’ex amico Elliot Schwartz e la sua società di successo milionario, la Gray Matter Technology. E non finisce qui: la passione ossessiva che Marie ha per il viola è lampante, a tratti persino irritante per gli occhi; indossa sempre qualcosa di viola, casa sua e di Hank è stipata di arredi e complementi d’arredo viola, tutto è attentamente abbinato, borse, borsine, tappeti, cuscini, persino gli stracci della cucina sono viola. Non so esattamente cosa Gilligan volesse comunicarmi, ma io credo di averlo capito solo nella scena finale dell’ultima puntata dell’ultima stagione. Avviso chi non ha visto Breaking Bad o non è ancora arrivato alla fine: non proseguire la lettura perchè sto per peccare di spoiling. Walter muore – così, pare almeno – steso sul pavimento del suo laboratorio, gli occhi aperti rivolti verso il soffitto, l’espressione felice, come se stesse guardando qualcosa di estasiante. Perché no, come se stesse guardando un cielo particolarmente bello. Eppure ve lo garantisco, lì sopra c’era solo un soffitto, liscio, monocolore e triste proprio come quello che avete voi ora sopra la testa. Walt ci vedeva sa solo lui cosa, su quel soffitto, forse ci vedeva tutti i colori del tramonto e del deserto, il blu della sua metanfetamina e degli occhi della sua adorata moglie, ci vedeva i pranzi dal cognato sulla tovaglia viola di Marie, Pinkman, Schwartz e tutte le persone che gli sono ruotate attorno quando era vivo. La sua vita su un soffitto, o il cielo in una stanza, ditelo come vi pare. Io ho l’ho interpretata così, Gilligan a me ha voluto dire questo: “Laura, per riempire uno spazio vuoto, che sia un foglio bianco, una tela, lo schermo nero di una televisione, occorre tanta tanta fantasia. Walter ha riempito un soffitto con i colori della sua vita in punto di morte, io ho riempito la tua televisione con la storia di un chimico malato di cancro e con cieli meravigliosi, tu perché non provi a riempire questo documento word con qualche bella riflessione cazzuta?”.

Bo Gilligan, io c’ho provato.

di Laura Spataro

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