THAILANDIA – DIARIO DI VIAGGIO 4a parte

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Mi sembra dovuto specificare una cosa, se ancora non fosse chiaro a tutti: non è che quello che scrivo sul viaggio sia proprio tutto frutto dei miei soli ricordi; a supportarmi nella stesura di questa, chiamiamola così, rubrica, il diario che ho tenuto aggiornato durante la permanenza in Thailandia. Dunque, da quel che risulta qui è il quarto giorno, data 30 novembre e siamo a Kanchanaburi, a nord-ovest di Bangkok. È successo che alla fine il minivan di Path, quella con la giacchetta a pois che stava all’agenzia di viaggi, è venuto a prenderci sul serio. Sono un poco più tranquilla, per ora tutto fila liscio come l’olio, nonostante l’inganno del passante amichevole. Facciamo attività tipicamente turistiche: un giretto sulla zattera, un breve tragitto su quello che chiamano “treno della morte”, una capatina al cimitero inglese e poi veniamo scaricati in mezzo alla giungla, proprio sulla riva di un fiume, io, Vale e due coppie di francesi, una di signori sulla sessantina, una di giovani più o meno della nostra età. Non era ancora emerso, ma colgo l’occasione per specificarlo ora: in Thailandia gli occidentali in viaggi sono per la maggior parte coppie, francesi, coppie di francesi e qualche australiano in gita sessuale, ma quelli se ne stanno nascosti dove possono permettersi di fare gli squallidi senza essere giudicati. Stanotte dormiamo qui, nella giungla. Una specie di canoa a motore ci porta in quella che stanotte sarà casa nostra: una palafitta di bambù. Da Kanchanaburi in poi, metà delle persone che conosciamo ci scambiano per lesbiche; la situazione, in effetti, è alquanto equivoca: io e Vale, con altre due coppie, in una capanna stile “due cuori e una capanna”, appunto; però no, Vale, lo sai che non sei il mio tipo. Insomma, la premessa del diario in realtà mi serviva per dire che, avendolo riaperto per rinfrescarmi la memoria e scrivere questo pezzo, mi sono imbatutta in alcune riflessioni che feci quella sera. Questo conferma di fatto la mia eterosessualità indubbia, perché le riflessioni in questione riguardano un ragazzo, chiamiamolo Minchione, anzi Mr. Minchione che oggi mi sento chic, giusto per essere rispettosa della privacy altrui. Da quel che leggo la situazione è più o meno questa, e non fatico nemmeno troppo a ri-figurarmela: non c’è il wi-fi, ovviamente, siamo nella giungla, baby; io e Vale volevamo vedere Una notte da leoni 2 per festeggiare la partenza da Bangkok, ma niente da fare; con la scusa, quella si addormenta appena sfiora il letto ed io mi ritrovo sveglia a pensare, con lei che ronfa, le coppiette che se la ridono nelle stanze adiacenti e il rumore del fiume che scorre sotto di noi; a volte capita pure di sentire versi di uccelli e un fruscio di insetti, persino animali che si tuffano e che sguazzano, immagino io che siano coccodrilli. Insomma, son lì che penso a Mr Minchione, che allora tutto era per me fuorché un minchione e a rileggere le belle parole che gli ho dedicato quasi mi prenderei a schiaffi. Non sto a tediarvi con la posta del cuore, ma ragazzi, ero proprio cotta a puntino. Ci tengo a specificarlo: io e Mr Minchione non avevamo una storia, solo una bella intesa, tanto bella da voler io passare la mia ultima sera in Italia prima di partire con lui. Ad ogni modo, il viaggio in Thailandia inizialmente pensavo sarebbe stato una vacanza, senza dubbio una vacanza speciale, diversa da qualsiasi vacanza io avessi mai fatto, ma vuoi la laurea, vuoi l’essere andata a vivere da sola, vuoi Mr Minchione, alla fine si è rivelato per me più un’esperienza alla “Mangia, Prega, Ama”, della serie: vado in Asia a cercare me stessa. ‘Sta stronza poi, devo dirlo, si defila manco fosse un australiano in gita sessuale. Una cosa, però, quella sera la sapevo: non appena stavo da sola con me stessa quel che davvero mi andava di fare era pensare a lui, a Mr Minchione; non mi importava delle conseguenze, delle paure, delle nostre differenti “dichiarazioni d’intenti”. Chiamatemi pure sentimentale, ma immaginare di passare del tempo con lui al mio ritorno mi faceva stare bene. La pagina di quella sera la chiudo così: “ora, però, voglio dormire. Quindi, coppiette francesi, ve lo dico: va bene che siamo nella giungla, ma risparmiatemi i vostri orgasmi alla Tarzan e Jane. S’il vous plait.”

Il giorno dopo abbiamo in programma una gita al parco Erawan, una cosa superlativa: io e Vale arriviamo fino in cima alla cascata a sette livelli, attrattiva del parco, e facciamo il bagno nell’acqua più azzurra che i miei occhi abbiamo mai avuto la fortuna di vedere. Il francese sulla sessantina della coppia che stava con noi sulla palafitta ci vuole fare delle foto; noi ci mettiamo in posa, ma lo preghiamo di fare in fretta perché i pesci ci mordono i piedi. È tempo, poi, di spostarsi verso Ayutthaya, meta classica di tutti i backpackers che da Bangkok si spostano verso Nord. Qui i tuk tuk sono bombati, vai a capire perché. Il dolce tipico è un roll verde – immagino che sia verde per via del matcha – fatto cuocere tipo crepe sulla piastra e poi farcito con fili di zucchero di palma. Ad Ayutthaya è doverosa una visita perché il sito archeologico è davvero da togliere il fiato; noi lo visitiamo in mattinata, poi nel pomeriggio ci incamminiamo verso il bordo destro della cartina per visitare un tempio di cui la Lonely Planet parla molto bene. Dalla mappa pare siano non più di due chilometri, in realtà ci impieghiamo 40 minuti sotto il sole cocente della Thailandia, senza che tiri un filo di vento; abbiamo il segno del calzino, un po’ per l’abbronzatura, un po’ perché siamo sporche. Questa è stata la prima esperienza che ci ha insegnato che in Asia le cartine non rispettano le proporzione del reale, lo abbiamo capito a nostre spese. Al ritorno le gambe non ci reggono e facciamo l’autostop; saliamo sul retro di un pick up e da lì ci godiamo lo spettacolo dei templi antichi e le statue del Buddha che si rispecchiano pacifiche nei laghetti circostanti con la luce lilla del tramonto. L’indomani la vecchina che gestisce il nostro ostello ci accompagna in stazione; in macchina ascoltiamo Bob Marley: già sta vecchina mi stava simpatica, dopo aver scoperto che la password del wi-fi era “gina1645” ho iniziato ad amarla, ora però la venero.

di Laura Spataro

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