THAILANDIA – DIARIO DI VIAGGIO 3a parte

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L’indomani tutto alla grande: siamo a far colazione, quando Vale sente di dover fare delle confessioni urgenti al gabinetto. Come si suol dire: la sera leoni, la mattina… Colpa del pad thai, dice. Stiamo a Bangkok altri due giorni, trascorsi i quali non ne possiamo proprio più. Abbiamo visitato decine e decine di wat – templi, in thailandese – alcuni veramente mozzafiato, ricchi di dettagli minuscoli e dei colori più svariati; siamo state in non so quanti mercati, quello dei fiori, China Town, di giorno, di notte, e l’unica cosa che abbiamo comprato è un vestitino ciascuna che ci renda presentabili per trascorrere una serata in uno dei chicchissimi roof bar con vista in cima ai grattacieli. Poi scopriamo che il dresscode prevede tassativamente per le signore l’uso del tacco, quindi ciao ciao roof bar.

Questi primi giorni in Asia sono stati solo di rodaggio e la capitale si è rilevata la palestra ideale per imparare qualcosa sul popolo thailandese. Innanzitutto, che sorridono sempre è vero, fin quando però non esci dal loro negozio a mani vuote: lì manco ti salutano e ti tirano certe occhiate da brivido. Quando si entra in un locale, buddhismo vuole che si tolgano le scarpe, dappertutto tranne che al 7-eleven. I thailandesi sono distratti, lasciano le bancarelle incustodite e se ne stanno tutto il tempo con il naso attaccato al cellulare; e proprio non mi spiego come sia possibile, ma non sudano. Sono tutti pieni di tatuaggi, soprattutto sulla schiena, ma scopriamo che nessuno di loro si fa tatuare a Bangkok, prediligono le isole del Sud. La cosa che più di tutte ci appare evidente, però, è che gli occidentali per i thailandesi siano delle banconote con le gambe, persino io e Vale, che siamo in giro come due pezzenti, io con una maglietta da uomo marrone di veramente dubbia eleganza, lei con le sue tenute sportive da pallavolista. Chiunque qui cerca di fregarci, dai tassisti alle sciure Marie delle bancarelle: forti del fatto che da nessuna parte ci sia scritto il prezzo della merce, puntano tutti il più in alto possibile, pronti a scendere, ma mai sotto la metà della cifra che hanno sparato all’inizio; di solito quello è il valore effettivo del prodotto. Tutte cose che abbiamo appreso dopo decine di trattative, chiaramente.

Insomma, qualche fregatura l’avevamo messa in conto, tocca a tutti i turisti senza occhi a mandorla che si aggirano per il Paese, ma di dover stare attente anche ai passanti, questo non lo immaginavamo. Ai passanti? Pensarete voi. Avranno cercato di sfilarvi il portafogli: questo mai. A Bangkok capita che passeggiamo, Lonely Planet alla mano, zaino sulle spalle e macchina fotografica al collo: inequivocabilmente due turiste. Un signore ci ferma e in un discreto inglese ci chiede se abbiamo bisogno di indicazioni; poi, senza nemmeno ascoltare la risposta, attacca bottone a raccontarci che fa l’insegnante di inglese in quella scuola laggiù e che sua figlia studia Scienze di Qualcosa in Europa, guardate, questa è mia figlia e studia Scienze di Qualcosa in Europa, con Facebook alla mano, tutto orgoglioso. Ci insegna qualche parola in thailandese, ce la scrive pure su un pezzo di carta, prende la guida dalle mani di Vale e inizia a tracciare un itinerario, indicandoci i wat da visitare perchè – ci dice – oggi è il Buddha Day; si offre di trovarci un tuk tuk e di contrattare per noi il prezzo. Per 20 bath a testa il tuk tuk ci fa fare un tour tra piccoli templi, nemmeno troppo belli, e alla fine ci porta in un vicolo a fondo chiuso che dà sul canale. Lì incontriamo un thailandese alto e robusto che parla con un inglese quasi impeccabile e che subito ci persuade a sganciare 35 euro a testa per imbarcarci su questa specie di gondola a motore gigante; passiamo sotto i ponti, vicino ai templi più belli, ad un floating market, i bambini ci salutano dalla terraferma e noi siamo contente. Il giorno seguente altro passante, stessa scena, è di nuovo il Buddha Day, ma sta volta il passante ci indica sulla cartina un punto informazioni dell’Ufficio del Turismo, a cui volevamo rivolgerci per informarci sull’orario di treni e pullman. Ad accoglierci Path, vestita di rosa, con un giacchino blu a pois. Noi le spieghiamo il tour che abbiamo in mente di fare, lei tira fuori la calcolatrice e spara il prezzaccio: 1000 euro per tutto il mese. Non si sa bene come, il prezzo crolla a 600 nel giro di un minuto e mezzo, due a voler esagerare. Per farla breve, quello non è un punto informazioni, è un’agenzia di viaggi, quei passanti che si dimostrano tanto gentili a disegnarci la strada da seguire sono degli impostori e i tuk tuk driver che ci accompagnano lo fanno perchè ci guadagnano dei buoni benzina. E noi – idiote – ci siamo cascate con tutte le scarpe, non solo col giro in barca per i canali, anche con l’agenzia di viaggi: compriamo il tour e Path ci da appuntamento nel pomeriggio per consegnarci tutto il materiale. È proprio quando torniamo lì che viene tutto a galla: fuori dall’agenzia viaggi becchiamo il passante gentile di quella mattina, che mangia e beve in compagnia degli impiegati. Io sono arrabbiatissima e seriamente preoccupata di averci smenato uno stipendio, Vale mantiene la calma molto più di me; d’altronde, quel che è fatto è fatto. Quella è la nostra ultima sera a Bangkok e per tirarci su il morale ci facciamo belle, mettiamo i nostri vestitini nuovi destinati al roof bar e ce ne andiamo al Night Market a cui eravamo andate a cena con Alice. Ordiniamo, ma i piatti tardano ad arrivare e io faccio in tempo a raccontare a Vale tutta la storia della mia vita; con lei poi ho gioco facile perchè è una che parla che poco. Chiediamo il conto, ma tarda ad arrivare anche quello. Quella cena dura circa tre ore. Spazientite, ci prendiamo la nostra vendetta su Bangkok: andiamo via senza pagare. Capirai, risparmiamo cinque euro in due, ma è questione di principio. Non si scherza con due occidentali incazzate, mai dimenticare che veniamo dalla terra del capitalismo, cari thailandesi.

La città di notte è deserta, sono tutti in Khao San Road, e infatti, dopo aver visto i templi illuminati specchiarsi nei canali, ci andiamo pure noi. Un ultimo ballo con l’indiana di Mumbai, ubriaca come non mai, e domani: Bangkok, bye bye!

di Laura Spataro

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