#MUSICORNER – RY COODER, UN EMBLEMA DELLA CULTURA AMERICANA

Ry-Cooder

Se vi venisse chiesto chi è il più grande esploratore di generi musicali, chi vi passerebbe per primo in testa? Personalmente, penso subito (anche se non solo) a Ry Cooder, uno dei più ricercati session man, presente in collaborazioni con Rolling Stones, Chieftains, Captain Beefheart (nello storico “Safe as Milk”), Ali Farka Tourè, artista africano con quale suonò nell’incisione di “Talking Timbuktù”, album di musica tradizionale vincitore di un grammy nel 1995.

Protagonista anche di una notevole carriera da solista, Ry Cooder è anche uno dei maggiori rappresentanti della musica tradizionale americana, per questo oggi voglio in particolare ricordare un grande album, dalle sonorità country, un po’ folk e un po’ R&B, fatto di cover di artisti come Johnny Cash ( Hey Porter), Jesse Stone (Money Honey), Woody Guthrie (Vigilante Man): INTO THE PURPLE VALLEY.
Il disco racconta e riflette sulla società americana del ‘900 e sulla sua storia: si apre con “How Can You keep on moving (unless You migrate too)”, che riguarda le grandi migrazioni dal mondo verso il Paese nel ‘900, ed esprime il disagio di chi veniva respinto per varie ragioni, sentenze del governo o dell’ufficio di sanità; “Can’t stay can’t go back, can’t migrate so where the hell am I”.
Prosegue con “Billy the Kid”, rievocando un canto popolare e i fatti di Silver City di fine ‘800, le vicende fra il bandito Billy The Kid e lo sceriffo Pat Garrett in un conflitto noto come “la guerra del bestiame nella contea di Lincoln. Esiste un film al riguardo con colonna sonora e comparsa di Bob Dylan.
Altre tracce significative sono “F.D.R. in Trinidad”, che racconta l’arrivo di F.D. Roosvelt a Trinidad, isola delle Antille, e l’accoglienza gioiosa della popolazione locale nella speranza di un futuro migliore, e “Taxes on the farmers feeds us all”, che riflette sull’importanza della vita contadina nell’economia americana:
“Well the banker says he’s broke, and the stops and smoke
but they forget that is the farmer that feeds them all”.
L’album si chiude con una cover di Woody Guthtie, “Vigilante Man”, un testo che sa di beat generation e si chiede che si chiede che cosa sia un poliziotto nella vita di un vagabondo, cioè violenza e soprusi.

di Francesco Boschis

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