VIRUNGA

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Che tu possa vivere in tempi interessanti, che tu possa avere l’attenzione degli uomini potenti, che tu possa trovare ciò che stavi cercando.

Un pensiero, questo, che chiunque di noi prenderebbe come un augurio. Trovare ciò che stiamo cercando, la ricerca che spinge l’uomo a evolversi, viaggiare, scoprire e conoscere. Quindi, probabilmente, vi sorprenderà sapere che questa frase di origine cinese è considerata, nella sua terra natia, una maledizione, in quanto i tempi interessanti erano periodi di guerre e lotte per il potere. Una frase apparentemente lineare, ma due significati opposti. Per quante altre cose vale la stessa concezione?

Il Parco Nazionale di Virunga è situato nella parte orientale del Congo, confinante con l’Uganda e il Ruanda. È stato il primo parco nazionale istituito in Africa, dal 1979 è sotto la tutela dell’UNESCO, come patrimonio dell’umanità, e ospita alcuni tra gli ultimi gorilla di montagna rimasti al mondo, una specie a rischio di estinzione. Ciononostante, prima il bracconaggio, poi la ribellione del gruppo armato M23 e infine gli interessi di una multinazionale inglese hanno minato la sopravvivenza di quest’area africana, il cui ecosistema è stato più volte sull’orlo del baratro. Nel 2012 il regista e produttore Orlando von Einsiedel raggiunge il Congo con l’idea di documentare i risultati ottenuti dalle autorità del Parco, nell’incentivare il turismo a favore dello sviluppo di tutta la zona. Questa è la base di partenza di ciò che diventerà poi Virunga.

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Dopo qualche settimana dal suo arrivo, von Einsiedel si trova catapultato in uno scenario totalmente differente, a causa dello scatenarsi di una rivolta armata da parte del Movimento 23 Marzo, gruppo composto da molti disertori dell’esercito nazionale e in maggioranza di etnia Tutsi, che iniziano la marcia verso la capitale Kinshasa, mentre le Fardc, le Forze Armate congolesi, indietreggiano. È a questo punto che il regista decide di cambiare totalmente registro, di rimanere in Congo e di documentare non solo la battaglia in atto, ma anche l’ingresso in scena della SOCO International, pronta a cercare il petrolio nell’area protetta. Collaborando con le autorità del Parco, il capo guardiano Emmanuel de Merode, il capo guardiaparco Rodrigue Mugaruka Katembo, il custode dei gorilla André Bauma e la giornalista freelance francese Mélanie Gouby, von Einsiedel documenta brutalità, morte e corruzione, ma anche coraggio, amore e bellezza, forgiando un’opera assimilabile a un grande film epico. Si snoda in questo modo, alternando visuali di paesaggi meravigliosi a momenti di battaglia e filmati ripresi con telecamere nascoste, quello che potrebbe sembrare un film, una finzione costruita da uno sceneggiatore, ma che, purtroppo, è fin troppo reale nella sua scioccante verità. Perché ogni cosa, in Virunga, è vera: dalle immagini di apertura, il funerale di un ranger, a quelle appena successive, un breve excursus della storia passata congolese, fatta di saccheggi, mutilazioni e morte da parte degli occidentali. La sola introduzione basta a far salire un rigurgito di vergogna, non per buonismo e nemmeno per ipocrisia, ma perché, oggi come allora, sembra terribilmente attuale. Ritmando splendidamente le storie che si intrecciano, von Einsiedel ci mette di fronte a una realtà che si ripete e che trova massima espressione in quel “per me i neri sono animali”, pronunciato da un uomo bianco. Sono passati forse due minuti dall’inizio e già ti accorgi, il primo dei tanti pugni nello stomaco, che nulla è cambiato. Abbiamo aggiornato il nostro odio reciproco e adesso sono i musulmani a dover morire nel fuoco purificatore della civiltà occidentale. Noi odiamo loro, loro odiano noi, tutti si odiano. Come può non nascere il pensiero che la nostra meravigliosa Terra starebbe meglio senza di noi? “Il mondo è nato senza l’uomo e senza l’uomo finirà”, diceva Jean Reno ne La tigre e la neve. Ma l’uomo è davvero così crudele da non meritare una seconda opportunità, da non meritare redenzione? Arduo rispondere, anche se dopo la visione di un’opera come Virunga, non posso esimermi dal provare un forte disagio. Perché noi abbiamo tutto e vogliamo sempre di più, anche a scapito degli altri. Guardiamo la morte attraverso uno schermo, ma non ci tocca realmente fino a quando non bussa alla nostra porta. E anche allora siamo tanto bravi a dispensare giudizi, ma non altrettanto a guardarci dentro e scovare il nostro di lato oscuro. Virunga è un colpo alla coscienza e parlando d’Africa parla del mondo. Un mondo dove ora, in questo momento, la paura è tanta, alimentata non solo da pazzi assassini, ma anche da coloro che dovrebbero guidarci. Tutte le monete hanno due lati, così come ogni verità può essere letta in due modi, ma non bisognerebbe mai dimenticarsi che finché ci sarà anche un solo innocente nel mondo, è giusto lottare per lui, quale che sia il colore della sua pelle.

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Gli occhi dei gorilla di montagna, ripresi da von Einsiedel, ci guardano con innocenza e biasimo, e riescono a scavare tanto da essere a volte insostenibili. Il loro monito è forse il silenzioso retaggio di una natura il cui stupro non è mai finito. “Ho accettato di dare il meglio di me per far sì che la flora e la fauna selvatica possano essere salvaguardate”, dice il capo guardiaparco Katembo, ”aldilà di tutte le pressioni, aldilà di tutta la brama di denaro, aldilà di tutto. Qualsiasi cosa dovesse accadermi l’accetterò. Perché non sono speciale”. E noi, grandi e piccoli, quanto speciali pensiamo di essere?

di Manuel Leale

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