LA TIGRE E IL DRAGONE 2: LA SPADA DEL DESTINO

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Sedici anni fa usciva nei cinema La Tigre e il Dragone, wuxiapian tratto dalla Crane-Iron Series di Wang Dulu, scrittore cinese classe 1909. Il libro di riferimento, com’è facilmente intuibile, fu Crouching Tiger, Hidden Dragon, quarto lavoro della pentalogia, e la sua trasposizione cinematografica venne affidata al taiwanese Ang Lee. Il regista de Il banchetto di nozze e I segreti di Brockeback Mountain non è certo la prima scelta che viene in mente pensando a un film di cappa e spada cinese, tuttavia con La tigre e il dragone Lee porta a casa un Oscar per il miglior film straniero, rendendo la sua opera pietra di paragone per tutti i successivi wuxiapian. Questo potrebbe sembrare estremamente positivo, ad una prima occhiata: un film in cui due o più attori orientali si menano a suon di spade e arti marziali viene premiato addirittura con l’Oscar. Sembrava davvero giunta l’ora della rivalsa per gli amanti del Genere, sfottuti per anni dagli amici a causa di titoli impronunciabili, adattati in modo criminale dai traduttori nostrani. Ma ormai si sa, non è tutto oro quello che luccica, come dice il poeta.

Il giorno dopo la visione di La tigre e il dragone il vostro vicino, la cui unica attività fisica era sempre stata quella di spostarsi dal divano al bagno e viceversa, si improvvisa esperto di kung fu, iscrivendosi alla palestra sotto casa e parlandovi di differenze fra la scuola del sud e quella del nord come se non avesse mai parlato d’altro. Spuntano ovunque corsi di arti marziali dalle dubbie pubblicità, proponendo stili vecchi di secoli come “ginnastica per anziani dal miracoloso effetto anti età”. Roba che al solo leggerne le intenzioni qualcosa dentro di te, malinconicamente, muore. L’effetto fama di un wuxiapian è paragonabile a quello di Rocky: esci dal cinema galvanizzato da una tale esaltazione che sogni di prendere a pugni carcasse di manzo per tutta la notte mentre affronti diabolici clan assassini, salvo poi renderti conto, al primo vero allenamento, che un pugno in faccia fa un male del diavolo.

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Il rovescio della medaglia, nel successo del film di Lee, non ha però niente a che vedere con gente dal neonato e improbabile spirito marziale, bensì con tutto il cinema wuxiapian venuto dopo. L’iniziale adeguamento al nuovo canone stilistico imposto da La tigre e il dragone, spinse opere ben più meritevoli a seguirne le orme, ma soprattutto relegò quelle pellicole che brillavano di luce propria nel dimenticatoio, poiché non similari a quanto l’Academy aveva decretato con divino mandato. Ma per una volta diciamo le cose come stanno, Oscar o non Oscar: La tigre e il dragone è un film mortalmente noioso, presuntuoso e sornione, palesemente costruito per noi occidentali, la cui unica salvezza si rivelano essere i combattimenti, non per nulla coreografati da un mostro sacro come Yuen Woo-Ping.

Con tali, certamente personali, premesse non ci si aspettava davvero molto dal seguito, questo Sword of Destiny che pare più un tentativo di marketing destinato al direct-to-video, che un film da grande schermo.

In effetti la nuova avventura, ispirata all’ultimo capitolo della pentalogia, Iron Knight, Silver Vase, non è nulla di straordinario e, come il blasonato precedente, trasuda più occidente di quanto forse vorrebbe. Girato in Nuova Zelanda e diretto, finalmente, da Woo-Ping, il secondo episodio della saga legata al Destino Verde si piazza temporalmente diciotto anni dopo la fine del film capostipite. In questo periodo di incertezze, la battaglia per dominare il mondo delle arti marziali è al violento apice e Hades Dai, brutale leader del Loto Occidentale, la sta vincendo. La maestra Yu Shu-Lien ritorna alla casa di Te e con l’aiuto di Lupo Silente e gli uomini della Via del ferro, difenderà il Destino Verde prima dello scontro finale.

Niente di nuovo e neanche di troppo diverso da La tigre e il dragone, questo è certamente da sottolineare. Ci muoviamo negli stessi territori di sedici anni fa, ma non avvicinandosi neppure un poco al respiro epico che Ang Lee cercò di infondere nel suo film, si crea un risultato confuso, con la conseguente impressione di non sapere bene cosa si sta guardando. La sensazione di smarrimento, tuttavia, dura poco, una manciata di minuti, il tempo che ci separa dall’arrivo di uno degli artisti migliori che l’oriente ci abbia mai regalato, Mr. Donnie “ho cinquantadue anni ma sono più veloce di un ventenne” Yen. Alla sua entrata in scena tutto diventa chiaro, limpido, nell’universo torna l’equilibrio, i popoli si amano, le guerre cessano, la fame nel mondo viene sconfitta e tutto diviene pace, amore e pugni in faccia. Donnie Yen è poesia in movimento, sia che beva una tazza di tè o che prenda a calci un manipolo di poveri sfigati, è semplice e pura epifania divina delle arti marziali. È in quel momento che puoi capire dove tutta l’operazione messa in piedi dai produttori sta andando a parare. Sword of destiny è un film cinese scritto, diretto e prodotto per l’occidente. Punto. Attori, regista e maestranze orientali, ma scrittore e distributore americani, John Fusco e Netflix. Eccoci qui, la nebbia sia dissipata, ognuno scelga il proprio destino con consapevolezza. Volete un wuxiapian orientale in tutto e per tutto? Allora guardate Le implacabili lame di rondine d’oro (1966), Once upon a time in china 2 (1992) o 36ª camera dello Shaolin (1978). Preferite, invece, un film di arti marziali cinesi dove si recita in inglese e la cosa che fa più Cina è il riso alla cantonese per pranzo? Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny è quello che fa per voi. Non siamo di fronte a nulla di epocale, non sarà questo il film che cambierà la vostra concezione del mondo e restituirà un senso alla vostra vita dissipata, ma poco importa. Woo-Ping Yuen dirige con la consueta professionalità, eccedendo magari in una CG non particolarmente allo stato dell’arte, ma dimostrando che si sta divertendo e che quando si tratta di scene d’azione marziale lui può ancora fare scuola. Le nuove leve scelte per fiancheggiare i pezzi grossi sono attualmente immature, ma diamo tempo al tempo, perché se Harry Shum Jr qualche lavoro alle spalle ce l’ha, Natasha Liu Bordizzo è una vera e propria novellina. Da dove salti fuori non ne ho la più pallida idea, ma grazie a chiunque l’abbia scoperta. Un capolavoro. Come diceva Dostoevskij: la bellezza salverà il mondo.

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Per il film, invece, bastano Donnie Yen e Michelle Yeoh, sempre un piacere vederla, in lotta contro un imbolsito Jason Scott Lee, per niente desiderosi di cedere il testimone a giovani che, oggettivamente, non sono all’altezza. E, forse, rispetto ad artisti così mai lo saranno.

Sword of destiny potrebbe lasciarvi l’amaro in bocca solo in due casi: se siete grandi fan del primo film oppure se vi aspettate il wuxiapian definitivo. Nell’ipotesi numero uno, lasciate perdere, del film di Lee troverete solo due o tre cose. Niente melodrammi penosi, sensi di colpa, intermezzi così lunghi e inutili da svuotarvi il cervello e farvi dondolare come un palloncino appeso a una staccionata, mentre nella testa si forma l’unica domanda possibile: ”perché?”. Insomma, qua ci si diverte. Se fate invece parte dell’ipotesi numero due, diventate consapevoli che questo non è il miglior cappa e spada dell’anno, del secolo o della storia del cinema. Ma ci sono Donnie Yen e Michelle Yeoh che menano con la consueta bravura e il solito carisma, in un’atmosfera certamente meno sofisticata, ma sicuramente più semplice e divertente. Se può bastarvi, Dio benedica Netflix e buona visione.

di Manuel Leale

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