LA MELA DI GRIMILDE

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Oggi, pieno di buona volontà, ho riaffrontato le istituzioni agricolo-burocratesi nel tentativo di avviare una procedura che certifichi la mia attività agricola come biologica: non che ci tenga ad un certificato, ma mi sembra opportuno dare un’evidenza oggettiva a quelle che sono delle convinzioni e delle pratiche che, senza una verifica, rischiano di sembrare degli enunciati.
Per il vigneto nessun problema: è un ettaro, il protocollo biologico è consolidato.
Ma non ho solo un vigneto: ho un frutteto e il frutteto è composto in gran parte di mele.
Burocrate: “Quanti metri quadri è il meleto?”
Io: “Saranno 3000, sono 120 piantine di mele, 20 sparse nel perimetro del vigneto ed il resto una zona definita di circa 2000 metri”
Burocrate: “Ma 3000 metri per 120 mele sono troppi.”
Io: “Si, ma sono stato io a metterle in 3000 metri”
Burocrate: “Vediamo la mappa dal satellite”
Io: “Dal satellite non si vedono, l’immagine è stata scattata prima chi piantassi il meleto”
Burocrate: “E allora dobbiamo dichiarare meno.
Io: “Perché?”
Burocrate: “Perché se in regione guardano la mappa non trovano il meleto! E poi chi butta via 3000 metri quadri per 120 meli”
Dopo la dichiarazione dell’esistenza del meleto, malgrado io non sia stato capace di aggiornare l’immagine del satellite in tempo reale, sono riuscito a dichiarare anche di avere avviato la pratica di certificazione bio. Ben strano che l’immagine statica e vecchia di un satellite faccia più fede di una mia dichiarazione, ma che devo fare?
Burocrate: “Ma è sicuro di volere certificare un meleto?”
Io: “Si, perché?”
Burocrate: “Lo sa che è un problema con le mele… Che mele ha preso? Mele resistenti alla ticchiolatura?”
Io: “Ho preso mele locali, mele che hanno resistito all’invasione delle Golden, delle Fuji e delle Stark”
Burocrate: “Sa che è impossibile avere delle mele sane senza trattamenti?”

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A questo punto devo approfondire.
Ho recuperate le mele da piante decennali che erano abbandonate da anni: sono mele che sono cresciute per decenni in due posti in particolare: in Val Seriana e nel Bellunese.
Cosa ho fatto? Ho recuperato delle gemme da piante abbandonate e le ho innestate su delle piantine di mele facendo un’azione di recupero che ritengo (autocelebrandomi) importante. Non so se sono resistenti alla ticchiolatura, non so se faranno dei frutti buoni piantate nel mio terreno, so che erano abbandonate e se ne stava perdendo il ricordo.
Che mele sono? E’ la mela Ruggine, che ho trovato sia in Val Seriana che nel Bellunese (chissà se saranno proprio uguali?) ed era la mela preferita di mio padre, per il sapore acidulo e la polpa succosa; maturava d’inverno ed era ottima cotta. Ho trovato la Ruggine rosa che a maturazione presenta una polpa con sfumature rosate, o la mela Paradiso che sopravviveva a Pradalunga, o ancora quella che mi dicono venisse chiamata Farinòt, o Pom sera, una mela molto attraente, rosso lucido, che aveva reso le Mele di Albino famose a Milano. A queste si aggiunge la Piazzo invernale, reperita in località Piazzo ad Albino, una mela dolce e succosa che i vecchi ritenevano adatta ad una lunga conservazione, la Pomèla di Via Gotte (è stata trovata in via Gotte), la Pomella Autunnale, la Limoncella, la Gialla di Piazzo, la Castione, il Pom Pom Giardì o il pom Diaol.
Le ho piantate su portainnesto vigoroso: la pianta sarà longeva, diventerà un albero alto e massiccio e vivrà molti anni; purtroppo farà frutti solo al terzo anno e avrà bisogno di un grande spazio per svilupparsi (adesso capite il perché dei 3000 metri quadrati riservati al meleto, al posto degli usuali 1000). Avrà radici profonde e sarà molto resistente alla siccità, potrà trovare sostanze nutrienti dal boschetto dalla massa biologica che hanno lasciato le piante del boschetto che ho tagliato per fare posto al frutteto, lo stesso che oggi è ancora visibile nelle immagini satellitari.
Non so le una volta piantati nel mio terreno, quegli alberi saranno più deboli delle piante decennali (o centenarie?) da cui ho ricavato le marze per gli innesti. Ma perché lo dovrebbero essere?
Non ho usato portainnesto deboli, che è la prassi odierna, quei portainnesto che generano splendidi meli a spalliera, produttivi già dal primo anno, che crescono poco e sono addomesticati da una coltura intensiva molto fitta: la loro crescita è troppo rapida, le loro radici sono troppo superficiali: avrei dovuto annaffiare, concimare, il che vuol dire umidità, funghi, rischio di malattie.

Ritorniamo sempre alla solita questione: esasperare la natura pretendendo produttività vuole dire esporsi a dei rischi. Le logiche della sopravvivenza economica a volte impongono ai contadini scelte che portano verso una gestione della produzione fatta con logiche industriali, ma occorre ribadire che sono le scelte del mercato, e quindi di noi consumatori che portano il contadino ad adeguarsi, per riuscire a sopravvivere. La consapevolezza del VALORE di quello che mangiamo è fondamentale per capire che la logica del prezzo non può essere l’unica che viene usata quando si acquista qualcosa che mangiamo. Non finirò mai di ripeterlo. Pensiamoci.

Concludo l’articolo riportando il link di un articolo di Greenpeace relativo all’analisi dei residui di pesticidi nelle mele: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2015/agricoltura/apple_testing_ITA.pdf
Saranno belle, saranno lucide, saranno perfette, ma la maggior parte è avvelenata.

di Luciano Chenet

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