DUE METRI QUADRI

EU-Taizé

Camminando per le strade di Valencia, in Spagna, durante l’ultima settimana del 2015, poteva capitare di vedere gruppi di ragazzi con lo zaino in spalla e la cartina in mano, intenti ad orientarsi in una città che non conoscevano. Avvicinandosi era chiaro il perché: in ognuno di questi gruppetti si parlava una lingua diversa, da ogni parte d’Europa. Nessun evento musicale o iniziativa per il nuovo anno avrebbe potuto attirare tanti giovani fin lì. Una novità, però, effettivamente c’era: Valencia era stata scelta per ospitare l’incontro annuale dell’associazione ecumenica di Taizè (da leggere Tesee). Ciò che portava lì tutti quei ragazzi era la fede in una qualsiasi delle tante confessioni cristiane.

Può sembrare strano che un evento religioso riunisca tanti giovani, e lo pensavo anche io quando già mi rammaricavo di essermi lasciata convincere a provare quest’esperienza. Dai racconti, mi aspettavo una specie di revival di un campo scout, in cui si mangia e si dorme per terra, con il surplus di preghiere a ogni ora del giorno. Girovagando per la città, mi era capitato di vedere un cartellone che ricordava che i ragazzi di Taizè hanno bisogno di ”due metri quadri e quattro colazioni”, cioè il minimo indispensabile per stendere un sacco a pelo e non morire di fame.

O almeno così la vedevo io finché non ci hanno smistati nelle varie famiglie che si erano offerte di ospitarci. Ho dormito in un letto comodo e ho sempre mangiato abbastanza, con il vantaggio di una doccia quotidiana che, mi hanno detto, non è sempre garantita. Ripensandoci, non credo che nessuna delle tante persone che ho conosciuto abbia avuto a disposizione solo due metri quadri, nemmeno chi, per mancanza di spazio, è stato ospitato in una palestra o in una scuola.

Ovviamente Taizè non è solo una vacanza economica con tutto compreso (anche se molti la considerano tale): essendo appoggiati a delle parrocchie, si avevano a disposizione tre preghiere giornaliere a cui partecipare, senza nessun impegno. Il fatto che fossero chiamate in causa più confessioni rendeva il tutto più interessante: le letture erano fatte in almeno tre lingue diverse e i canti costituivano praticamente l’intera durata degli incontri. Da parte mia, ho frequentato solo le preghiere mattutine, perché il pomeriggio era dedicato alla visita della città.

Valencia offre moltissime possibilità di attività all’aperto, e iniziative culturali indoor. Nel parco Gulliver si può giocare con i bambini su un gigante il cui corpo è formato da scivoli e pareti d’arrampicata, mentre nel letto del fiume che attraversava la città è stata ricavata un’oasi verde in cui la gente fa jogging a tutte le ore. In questo parco erano stati montati i tendoni del cibo di Taizè: ogni giorno pranzo e cena garantiti, da mangiare seduti sul prato a 22 gradi, mentre a Bergamo nevicava. Nel pomeriggio era sempre possibile partecipare ai workshop organizzati da Taizè, che affrontano argomenti di attualità in tutte le lingue d’Europa, oppure terminare la visita della città nei musei interattivi della Città della Scienza.

L’esperienza, in conclusione, non si è rivelata traumatica come mi aspettavo. Uno degli aspetti migliori è stato poter incontrare persone dall’Europa e dal mondo, ma soprattutto potersi confrontare con altre ragazze e ragazzi sui diversi modi di vivere la religione. Ho conosciuto persone che mi hanno dato la speranza di non vedere ridotta la spiritualità ad una battaglia tra confessioni o tra Chiesa e politica, come sembra emergere ultimamente dai media. Credo ci sia ancora un grande numero di giovani pronti a non assimilare regole dettate dall’interesse o dogmi che fissano su posizioni anacronistiche, ma capaci di pensare e rielaborare in modo critico i principi di una religione che vogliono fare propria senza per questo chiudersi al cambiamento.

Lo scopo di Taizè è appunto quello di mettere in contatto chi ha voglia di sperimentare un tipo di religiosità diversa, o semplicemente un’altra visione della spiritualità, e contemporaneamente conoscere persone da Paesi diversi.
La festa di Capodanno che ogni parrocchia organizza viene chiamata ”festa dei popoli”: credevo che non avrei visto niente di nuovo, ma ho scoperto tradizioni degli altri Stati europei di cui non avevo mai sentito parlare. Nonostante il continuo scambio mediatico ci illuda di avere tutto il continente a portata di mano, non c’è nulla come l’esperienza per capire quanto ancora difettiamo in conoscenza.

L’anno prossimo l’incontro di Taizè si terrà in Lettonia, a Riga, e nonostante le temperature a dicembre siano spaventosamente basse non voglio farmi scoraggiare: ho ancora la possibilità di ripetere un’esperienza che mi ha aperto gli occhi. Taizè mi ha aiutato a mettere a fuoco alcune questioni di cui non mi sono mai sufficientemente occupata, prima fra tutte il rapporto giovani-religione, che sembra così improbabile al solo pronunciarlo.
Ho capito che per avere uno sguardo diverso sulle cose bisogna ricevere una spinta verso il cambiamento. E rimanendo in tema di ottica, quale miglior imput di una visione del mondo a 360 gradi?

di Susanna Finazzi

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