HIGHWAY TO HELL – CAPITOLO 3

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Mi infilo in bocca un altro pezzo di tacchino masticandolo lentamente.
Beatrice mi sorride e mi da un calcetto sotto il tavolo. Ho smesso di ascoltare da venti minuti buoni lei e la mamma parlano a ruota libera.
«Come, amore?»
Mi sforzo di ricambiare il sorriso e di togliermi dalla testa le parole scritte sul biglietto rosso.
Lancio un’occhiata a mia madre, lo sguardo di rimprovero puntato su di me. Non voglio che si preoccupi.
Rido e poso la forchetta alzandomi per raccogliere i piatti.
«Scusatemi, mi sono perso a “sconti natalizi”»
«Tesoro, Beatrice ha appena detto che le piacerebbe tanto passare qualche giorno alla casa al lago. Perché non ce la porti?»
«La signorina voleva aspettare la tua benedizione»sorrido vedendo Bea che avvampa, e mia madre che le picchietta una mano sulla spalla sbuffando.
«Basta che non sfondiate il letto…»
«MAMMA!»
Porgo un tovagliolo a Beatrice che si asciuga paonazza dopo essersi quasi soffocata con l’acqua.
«Ti pare il caso?!»
«Come se non fossi stata giovane anch’io!»ridacchia divertita.
Guardo per un attimo le piccole rughe che le si formano agli angoli degli occhi, dietro le lenti degli occhiali dalla montatura rosso fuoco.
Non ricordo di averla mai vista depressa. Ha cresciuto me e Thomas senza l’aiuto di nessuno. E quando lui è scomparso ha riversato tutte le sue energie nelle ricerche, fino a quando si è dovuta arrendere all’evidenza che non c’era più nulla da trovare.
Abbiamo venduto la casa enorme e vuota in cui vivevamo, ci siamo spostati in un appartamento sufficiente per noi. Ha fatto di tutto per permettermi di frequentare medicina, anche se questo ha significato fare due lavori e svuotare l’incasso della vecchia casa sul mio conto.
Sono cambiate talmente tante cose…
E dopo cinque anni, io sono ancora al punto di partenza.
“Cosa credevi? Di vedertelo arrivare sulla porta con il dessert?”
Scuoto la testa e finisco di sparecchiare.
La mamma saluta me e Beatrice ergendosi in tutto il suo metro e cinquanta per abbracciarci stretti.
Prima di andarsene ci fa promettere che a Natale andremo da lei.
Chiudo la porta sospirando e mi appoggio con la schiena al legno.
Beatrice gira per casa canticchiando e sistemando distrattamente.
“Perchè non posso essere felice di tutto questo?”
Recupero la busta rossa da sotto un mucchio di giornali e mi siedo a terra davanti al fuoco rigirandomela tra le mani.
Perdo quindici minuti buoni a pensare ad una spiegazione razionale, con Bea che mi gravita intorno girando per casa.
Alla fine mi ritrovo con un terribile mal di testa e ancora più domande di prima.
Sbuffo, mi alzo e lancio la busta tra le fiamme. Non faccio nemmeno in tempo a girarmi prima di sentire qualcosa sfrecciarmi a un centimetro dall’orecchio e andare a sbattere contro il vetro della finestra del soggiorno, prima di cadere appena sotto il davanzale e prendere fuoco insieme alla moquette.
«Ma che diavolo?!»
Restiamo immobili per un attimo.
Prendo la coperta dal divano e la getto sulle fiamme prima che si diffondano, pestandola per soffocarle mentre lei spalanca la finestra.
Dai resti bruciacchiati della moquette sollevo un brandello di carta rosso, con poche parole scritte in una calligrafia che non vedo da almeno cinque anni.
“Ti avevo detto di non buttarla. Sei il solito cocciuto.”
Spalanco gli occhi e sento Bea strillare dalla cucina.
Altre fiamme.
Sotto alla porta finestra, davanti all’ingresso, alle inferriate della camera.
Ovunque. La prendo per un braccio e la tiro a me per stringerla mentre assistiamo all’inferno che dilaga nella nostra casa.
Mi gira la testa per il fumo, ho gli occhi che bruciano e la gola in fiamme.
Realizzo a malapena di stare svenendo.

Mi sveglio non so quanto tempo dopo con la testa che pulsa e Beatrice riversa al mio fianco, i capelli rossi sparsi intorno alla testa, viva ma incosciente.
La scuoto e le parlo finchè non si riprende, prima di alzarmi e girare per casa aspettandomi di trovare macerie ovunque…
E invece, solo quel simbolo.
Davanti a ogni entrata.
Una stella a cinque punte in un cerchio, lo stesso disegno che c’era sulla busta.
“Siamo sigillati dentro.

di Valeria Lorini

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