L’ODIO PER NIENTE

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Mescola lo zucchero nella sua cioccolata fondente con una lentezza quasi solenne.
I suoi occhi grandi e verdi da bambina fissano il cucchiaio che gira nella bevanda calda, come se vedesse la spirale di odio in cui s’è ritrovata vittima negli ultimi anni.
Y, 16 anni, magra come un chiodo, mi supera in altezza anche da seduta. Frequenta un liceo linguistico ed è al 3° anno. A differenza dei suoi compagni la scuola le piace, adora l’inglese e non vede l’ora di andare a vivere in America. Questo suo amore verso le lingue e il costante duro impegno nella scuola ha ovviamente attirato l’odio dei compagni.

“In 1° superiore” racconta “Non conoscevo nessuno. Essendo l’unica ragazza delle mie scuole medie a scegliere il liceo °°°°°°, mi sono trovata da sola. Sai, io non do molta confidenza alle persone, mi imbarazzo subito e da sempre ho difficoltà a trovare degli amici veri.”

Y è stata vittima di bullismo sia tradizionale che cyberbullismo.

“Con la scusa che ero quella che non parlava mai durante le lezioni, si faceva sempre trovare pronta alle interrogazioni e prendeva bei voti, mi chiamavano “cocca” dei professori. Dicevano che ero una sfigata senza una vita sociale, che dovevo lavarmi i capelli perché puzzavano ed erano lunghissimi… mi chiamavano ‘moccio vileda’. Dopo circa 3 mesi dall’inizio della scuola si erano già formati i gruppetti e io ero rimasta sola. Nessuno mi voleva perché ero la preferita dai professori. Mi escludevano sempre dalle feste che organizzavano, anche se su Facebook ogni tanto si vedevano di foto così imbarazzanti da ringraziare il cielo di non essere stata invitata. Ero tagliata fuori a priori dalla vita sociale della classe. Erano (e sono) un gruppo unito, loro contro me e i professori, e nessuna possibilità di ribaltare le carte in tavola.”

Y ha quasi finito la sua cioccolata. Mi azzardo a chiederle quando la violenza da verbale si è fatta fisica.
I suoi occhi verdi si spalancano e diventano lucidi: “È iniziato tutto perché un ragazzo della classe vicina, di un anno più grande di me, mi aveva adocchiata. Era molto carino, ma avevo paura a farmi avanti. Tutte le volte che mi passava accanto durante la ricreazione per andare al bagno diventavo rossa di vergogna. Basta un niente per farmi arrossire. Comunque, guarda caso lo stesso ragazzo piaceva ad un’altra mia compagna di classe, che ne faceva di ogni pur di farsi notare: veniva scosciata, si era cambiata colore ai capelli… Quando ha visto che tutte le ricreazioni il ragazzo si fermava a salutarmi e chiedermi come stavo, è andata su tutte le furie. Un giorno che avevamo un’ora buca mi ha seguito in bagno. Appena sono uscita mi ha dato un cazzotto dritto in faccia minacciandomi di stare alla larga da lui. Sono caduta per terra e ho sporcato ovunque.

Come se non bastasse, qualche giorno dopo è comparsa su Facebook un’immagine presa dal mio profilo dove abbracciavo un amico, con scritto che ero una puttana, un’ipocrita perché stavo sempre zitta ma in realtà sputtanavo tutti. In aggiunta, sotto, una valanga di commenti del tipo ‘Muori’, ‘Fai schifo’, ‘Vai a lavorare in un bordello’…
Rimasi scioccata. Ho cercato di cancellare l’immagine. Ma ormai era fatta. Per tutta la scuola ero una zoccola, una stronza da quattro soldi. Se prima mi odiava solo la mia classe, ora mi odiava tutta la scuola. Era impossibile evitare le occhiatacce dei ragazzi e delle ragazze nei corridoi. Un insieme di disprezzo e odio, mi chiedo sempre come si faccia ad odiare una persona se manco la si conosce.”

Mentre Y tira fuori un fazzoletto e si asciuga le lacrime, cerco di capire se è riuscita a chiedere aiuto a qualcuno.
“Nella nostra scuola c’è uno spazio d’ascolto per i ragazzi con una psicologa. Forse il mio non era un caso così grave, non ero arrivata a tagliarmi le vene o cose simili, ma era diventato insopportabile, ogni volta che aprivo la home di Facebook, trovare così tanti messaggi di puro odio gratuito, e a scuola non riuscire ad alzare lo sguardo senza beccarsi occhiatacce di disprezzo.

I miei genitori non sapevano niente, andavano ai colloqui, si sentivano dire che ero brava e questo gli bastava. Quindi ho deciso di andare dalla psicologa e raccontarle tutto, come se fosse stata l’anima a vomitare ciò che avevo dentro. Mi ha detto di stare calma, di non preoccuparmi. Ci avrebbe pensato lei.

Un paio di settimane dopo, quando sono arrivate le pagelle, tutti i miei compagni hanno avuto un voto bassissimo in condotta. Così finalmente si sono dati una calmata. Per quanto riguarda facebook ho contattato la polizia postale e ho seguito le procedure da svolgere per arginare e poi eliminare completamente il problema.”

Le chiedo se finalmente, adesso, è riuscita a riappropriarsi, almeno in parte, della sua dignità.

“Più o meno si. Ho fatto amicizia con studenti di altre classi, ho legato molto di più con loro che con le persone della mia classe”.

Finisce la cioccolata calda con soddisfazione e usciamo dal bar, con la proprietaria che ci guarda interessata, come a chiedersi cosa si nasconda dietro al volto dolce e sorridente di Y.

di Enver Negroni

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