NOUS SOMMES L’EUROPE

bataclan

«Sono entrati sparando e gridando “Allah è grande”. Abbiamo aspettato finché qualcuno non ha detto che se n’erano andati. Per uscire abbiamo dovuto calpestare dei cadaveri». Louis era al teatro Bataclan la notte del 13 novembre, uno dei tantissimi ragazzi di Parigi che assistevano al concerto degli Eagles of Death Metal e che, verso le 21.50, sono stati sorpresi dai terroristi che hanno fatto irruzione sparando sul pubblico. Chi non è morto è stato preso in ostaggio fino all’arrivo della polizia. Poco prima un altro terrorista si era fatto esplodere davanti allo Stade de France mentre era in corso l’amichevole Francia-Germania. Tra gli spettatori c’era il presidente Hollande: la partita è continuata, ma lui è stato fatto evacuare. Più tardi avrebbe dichiarato lo stato di emergenza e chiuso temporaneamente le frontiere per sottoporle ad ulteriori controlli.

Secondo la cronologia pubblicata dal quotidiano francese Le Monde, gli attacchi terroristici sarebbero cominciati proprio allo stadio a mezz’ora dall’inizio della partita, con il preciso obiettivo di colpire la Francia con “bombe, omicidi e presa di ostaggi”. Perlomeno pare che queste siano state le parole utilizzate dal califfo dell’Isis Al-Baghdadi quando ha commissionato gli attacchi. Atti terroristici di cui i servizi segreti iraniani avevano già avvertito l’Europa e che hanno causato una reazione che ha portato alla morte di 180 civili nei bombardamenti in Siria. Siccome “siamo in guerra” la Francia attaccherà lo Stato islamico “per distruggerlo”: è senza mezzi termini l’affermazione del premier Manuel Valls, che i francesi definirebbero tranchant. In questo periodo di radicalismi che interessano entrambe le parti in gioco, moltissimi fedeli musulmani in Europa hanno voluto prendere le distanze dal fanatismo dei terroristi con la campagna #NotInMyName, perché non si sentono rappresentati da questo tipo di Islam. Per la comunità musulmana è comprensibilmente importante dissociarsi dalle azioni violente compiute in nome della loro religione: nel rimandare la visita prevista a Roma, il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che “i terroristi coinvolti negli attentati di Parigi non credono in nessun principio etico e in nessuna religione, incluso l’islam”. Ha fatto il giro del mondo la notizia di una delegazione di imam che ha pregato per le 89 vittime del teatro Bataclan, così come l’affermazione del papa: “Usare Dio per giustificare l’odio è una bestemmia”. La religione è tornata in primo piano, rischiando di rimettere in discussione gli equilibri tra le parti, ma ora si cerca di rimanere uniti: permettere la divisione dell’Occidente di fronte alla minaccia dell’Isis sarebbe fare il gioco dei terroristi.

In questi giorni si parla spesso dell’importanza di non cambiare le proprie abitudini, di non lasciare che gli eventi recenti sconvolgano la nostra vita. Igiaba Scego, che scrive per Internazionale, affronta il delicato problema delle relazioni in Occidente all’indomani della strage di Parigi: “Stanno attaccando il nostro modo di vivere. Stanno attaccando la convivenza tra musulmani, ebrei, cristiani e atei. Stanno attaccando la pace.” Aggiunge che non vale la pena perdere tempo con chi odia, ma serve invece imparare a conoscere i retroscena di questi atti terroristici. Senza conoscenza “il terrore diventa ancora più terrore, perché ti senti attaccato dagli alieni. Solo unendo i punti del mondo si arriva a capire che siamo sotto attacco da un bel po’ e non da ieri.”

Scego si lamenta dell’incompletezza delle informazioni che arrivano in Europa, e di fronte agli slogan #JesuisParis e #PrayforParis rilancia gli hashtag #Paris #Beirut #Siria. Sembra infatti che l’Occidente non ricordi che pochi giorni fa un attentato a Beirut ha fatto più vittime di quelle del 13 novembre. Gli interessati si lamentano della risonanza praticamente nulla che questo massacro ha avuto rispetto al lutto internazionale portato per le vittime di Parigi. Proprio perché ricordare è fondamentale, passare sotto silenzio una strage che non è avvenuta direttamente in casa nostra avvalla le teorie fondamentaliste che vogliono l’Occidente focalizzato solo su se stesso.

Se la convivenza diventa difficile il terrorismo ha già vinto.

In questo contesto la lotta al fanatismo assume un rilievo di primo piano, non solo per la sua urgenza ma anche per le evidenti difficoltà di questa battaglia. Il vero problema non è combattere persone disposte a morire per ciò in cui credono, ma sono le ripercussioni di queste convinzioni sull’ordine che conosciamo e a cui siamo abituati.
Amos Oz vede nella letteratura, se non una soluzione definitiva all’estremismo, un valido aiuto nell’arginarlo. Nel suo libro Contro il fanatismo porta l’esempio delle opere di Shakespeare, in cui ogni soluzione radicale ed estrema finisce in tragedia o in commedia. O la morte o la beffa. Il senso dell’umorismo, secondo Oz, implica il saper ridere di se stessi ed è il miglior modo per guardarsi con gli occhi degli altri. Un fanatico può essere sarcastico, ma mai autoironico.

Gli inglesi direbbero che in questo momento it’s up to us, sta a noi arginare il terrorismo con le armi della collaborazione e della consapevolezza. L’Isis ha lanciato la sua sfida e la nostra risposta deve prendere in considerazione le responsabilità che abbiamo nei confronti del futuro dell’Europa.

di Susanna Finazzi

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