“STAY HUNGRY, STAY ELUSIVE”: APPLE CONTINUA AD ELUDERE IL FISCO ITALIANO

Apple-Store

Alzi la mano chi vorrebbe un Apple Store nella propria città.

Chiunque lo vorrebbe, chiunque ci vuole entrare, anche solo per respirare quell’esperienza così naif che fu di Steve Jobs e che oggi è parte integrante della personalità carismatica del suo nuovo leader, Tim Cook (che oggi è stato in Bocconi ad inaugurare l’anno accademico).

Non è oro tutto quello che luccica, però, quantomeno per le tasche dello Stato italiano.

È arcinoto, infatti, che tra la società degli iPhone e dei Mac ed il fisco italiano ci sia da anni una diatriba feroce in merito al fatto che Apple starebbe usando dei metodi illeciti per eludere la pressione fiscale italiana, effettuando una triangolazione verso l’Irlanda.

Questo sistema è lo stesso per cui la Francia ha dichiarato guerra a Google e consiste nel trasferire all’estero il margine dei proventi dei propri prodotti mediante giochini fiscali.

Nello specifico caso di Apple Retail Italia, ciò si può desumere dal bilancio pubblicato il 27/9/2014, dove la società ha avuto costi per materie pari a 233.229.339 €, che, depurati dai 4.156.404 euro di variazione materie prime, genera un valore pari a 229.072.935 €. Tale valore viene pagato direttamente ad Apple Distribution International, la quale rileva un grosso utile, che viene pagato secondo le aliquote irlandesi (2% contro una pressione fiscale italiana che può arrivare fino al 54%).

Cattura
( Tim Cook stamani all’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi di Milano – ph. Twitter @Unibocconi )

Apple Retail Italia, dunque, nonostante fatturi 300 milioni, rileva, per il 2013-14, un misero risultato ante-imposte pari a 5.9 milioni di euro, a fronte di un fatturato enorme con un margine tra i più alti nel mondo. Addirittura la società statunitense vanta un credito verso lo stato, derivante dall’IVA a credito sull’ammontare di crediti di acquisti verso una società che risiede all’interno dell’UE: oltre al danno, pure la beffa.

I magistrati italiani stanno cercando di dimostrare (finora con risultati nulli) la gestione occulta da parte di Apple di una società di distribuzione, Tech Data Italia: ciò designerebbe la stabile organizzazione sul territorio italiano, elemento per il quale lo Stato può applicare la propria tassazione su una società.

Non è solo l’Italia a lamentarsi di ciò, ma lo fanno pressochè tutti i Paesi occidentali, che accusano in vario modo Apple e tutte le sue filiali di aver trasferito appositamente la loro sede in Irlanda per sfuggire alla tassazione locale e non per interessi reali.

Nel futuro ci potrebbero essere degli aggiustamenti legislativi, ma la questione non verrà comunque affrontata in questo senso, prima del 2017 e anche allora non ci sarà la risposta definitiva, ma semplicemente un maggiore scambio di informazioni tra Italia ed Irlanda, che, verosimilmente, sarà inutile.

Segnali incoraggianti potrebbero venire però dal piano anti-elusione dell’OCSE, che mira a colpire tutti i big internazionali, i quali usano lo stesso identico metodo di Apple. Anche qui, però, occorrerà valutare la disponibilità di certi Paesi (Irlanda, Lussemburgo) a collaborare.

Nel frattempo il danno per l’Italia ammonta ad oltre un miliardo di euro. Cifre comunque ridicole per una società che ha attività pari a 750 miliardi di dollari e liquidità (239 miliardi di dollari) sufficiente a comprare qualsiasi altra società nel mondo.

di Federico Minato

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