SAN ANDREAS

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In un mondo ideale, un film sull’ipotetico terremoto più grande e devastante di tutti i tempi dovrebbe scatenare adrenalina al solo leggerne il titolo. La sua visione causerebbe un giubilo di eccitazione, suspense e magari stupita paura, nel constatare che lo scenario immaginato è plausibile e forse veritiero. Nel suddetto mondo, la presenza di Dwayne “The Rock” Johnson farebbe trasudare un impertinente machismo negli uomini in sala, che sfocerebbe sicuramente in un’emulazione epica e sfrontatamente eroica, un momento di gloria da incorniciare.

Ma, ahimè, non viviamo in un idilliaco universo parallelo. No, nella realtà di tutti i giorni la Disney si è comprata Marvel e Lucas Film per farci defecare arcobaleni, Ned Stark è morto e Kristen Stewart ha lasciato le impronte sulla Walk of Fame. E per essere totalmente sinceri, nella realtà di tutti i giorni l’emulazione sopra citata sarebbe sì avvenuta, ma con esiti tanto imbarazzanti da divenire un talismano anti-sesso per mesi.

Viviamo in un mondo ingiusto.

Nel nostro piano dell’esistenza, San Andreas si è manifestato come un ritorno alle origini, un disaster movie degno del miglior Emmerich, una pellicola capace di modernizzare un Genere ormai non più in ascesa da qualche anno. E tutti gli abbiamo creduto, vuoi per i convincenti bicipiti di Johnson o per l’aria da simpatico professore porta sfiga a chilometri di Paul Giamatti, per qualsiasi motivo vogliate ci siamo cascati. Tutti, non fate passi indietro è troppo tardi. La verità è che un film come questo dovrebbe consegnare allo spettatore, su di un piatto d’argento, solo quello che si aspetta: morte e distruzione, effetti speciali da tachicardia, scene mozzafiato e, soprattutto, divertimento.

Divertissement, amici miei, divertissement. Alla fine è tutto qui.

Certo, scrivere che uno spettatore vuole morte e distruzione sa molto di mass murderer, ma pensate bene ai vari blockbuster degli ultimi anni e noterete che il grado di devastazione è sempre più alto. L’asticella del “mondo a scatafascio” sale e sembra non fermarsi mai. Da questo punto di vista San Andreas avrebbe dovuto essere il re, la punta di diamante della demolizione suprema, il Michael Jackson della rovina umana.

Non vi è sfuggito il condizionale, lo so.

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Avrebbe dovuto, ma purtroppo per noi e per il nostro immenso amore verso i disastri naturali ha preferito limitarsi a un compitino poco riuscito, un tentativo malmesso di vestire il vecchio da nuovo. L’apocalisse è servita, direbbe qualcuno, ma il cuoco non sa cucinare.

La maledetta verità è che il problema principale qui è la sceneggiatura. Si potrebbe dire che è piena di crepe, ma sembrerebbe una pessima battuta trattando di terremoti. Tuttavia non ci allontaniamo molto, poiché sperare nei soli effetti speciali e negli attori, per intrattenere, fa comprendere alla perfezione i difetti di uno script che scatena ilarità assolutamente involontaria. Carlton Cuse è un bravo professionista e basta pensare al suo lavoro in Nash Bridges o in Lost, ma è pur sempre uno sceneggiatore televisivo, abituato a ritmi diversi e a un diverso sistema di narrazione. San Andreas, tralasciando dialoghi inventati probabilmente durante la visione di La vita secondo Jim, è un viaggio nel cliché in compagnia dei buoni sentimenti. E non basta Alexandra Daddario in bikini per convincermi che tutto è bello e scritto bene. Quello serve solo a farmi dimenticare i successivi trenta minuti del film. Che, riflettendoci, forse è stato voluto.

La narrazione è condotta su binari assurdamente stereotipati e tutto quanto si concentra non sulla sopravvivenza di una popolazione, ma sulla ricerca di due persone che incappano accidentalmente in gente bisognosa di aiuto: Ray Gaines (Dwayne Johnson), pilota e vigile del fuoco di Los Angeles, si ritrova suo malgrado nel più terribile dei cataclismi quando la faglia di Sant’Andrea viene destabilizzata da un forte terremoto. Una volta recuperata l’ex moglie Emma (Carla Gugino), parte con lei alla ricerca della figlia Blake (Alexandra Daddario), percorrendo con mezzi vari la terra squassata dalla natura.

Ecco San Andreas e il suo totale menefreghismo riguardo milioni di persone morte violentemente. Ciò che conta è l’amore ritrovato, il superamento dei sensi di colpa, la dipartita dell’uomo che ti stava fregando la moglie, lo sprazzo di patriottismo con frase fatta e bandiera americana al vento. Prendi una boccata d’aria e respira l’epicità della scena. Sempre che tu non sia crepato, visto che Rock si è dimenticato di fare il suo lavoro.

Obiettivamente, perché questi film non li danno in mano solo a Michael Bay? Sento già volare gli insulti, ma resta il fatto che per una pellicola simile servono specialisti, registi capaci di prendere un brutto script e farne comunque un’opera d’intrattenimento. Il più delle volte.

Brad Peyton, forse, non è la prima scelta per questo tipo di lungometraggio. E non perché i suoi precedenti lavori sono Viaggio nell’Isola misteriosa e Cani e gatti – La vendetta di Kitty, certo che no!

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Ok, invece sì. Come fai a dare San Andreas a un regista che ha diretto Michael Caine a cavallo di un’ape gigante e Cani spie che volano con i jet pack? La regia di Peyton non è il male assoluto, si mantiene basilare, ma purtroppo non ha sprazzi di genio, è senza personalità, non valorizza mai appieno ciò che succede.

E certamente non viene aiutata dagli effetti speciali, che sebbene d’impatto grandioso in alcune scene, come la città che si abbassa e si solleva a causa del movimento tellurico, per la maggior parte sanno di già visto in troppe pellicole precedenti. Persino un’idea sulla carta spettacolare, lo tsunami, è stata giocata in modo discutibile, con una cavalcata in motoscafo che più che essere eroica è ridicola.

San Andreas è una delusione, un’occasione sprecata che fa piangere amaro. Quindi si butta via tutto e si volta pagina? No, tutto no. Dwayne Johnson è sempre un piacere, una spanna sopra molti colleghi, anche se utilizzato malissimo, un uomo dalla schiena così larga che ti oscura l’orizzonte e dai bicipiti che parlano da soli. Fa più paura lui del terremoto. E poi c’è Alexandra Daddario, classe 1986, sogno erotico e due occhi talmente intensi che se li guardi troppo a lungo ti fanno dimenticare chi sei e dove ti trovi.

Ovvio, questo proprio non basta e dopo la visione ti resta addosso una sorta d’imbarazzo, apparentemente indecifrabile. Che sia per la scrittura indecente o per la patinata prevedibilità poco importa, se volete gustarvi San Andreas fate pace coi dejà vu e non badate al fatto che, di quello che succede nel film, ve ne sta fregando gran poco.

di Manuel Leale

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