PERCHE’ IL CALCIO PUO’ ESSERE UN PICCOLO STRUMENTO DI ECONOMIA APERTA

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Ritorna la Serie A e come ogni fine agosto si ritorna a discutere sullo sport che maggiormente appassiona il popolo italico.

Tra sogni e speranze, c’è chi spera di replicare i fasti della stagione precedente e chi invece cerca un riscatto sul campo.

Tralasciando i pensieri di ogni singolo tifoso, tutti sembrano però concordare su una cosa: il Campionato più bello del mondo non è più tale.

Stadi deserti (solo 22mila spettatori medi nell’ultima stagione, ultimo tassello di un trend negativo clamoroso) e dissesti societari, come nel caso Parma, sono solo la parte più evidente di un iceberg fatto di incapacità gestionale che ha radici ben più profonde.

Scandali, presidenti arrampicatori dell’ultimo minuto, frodi e quant’altro rendono questo vero e proprio motore economico a noi tanto caro sempre meno appetibile nel mondo.

E se i tifosi sognano stadi di proprietà e strutture fantasmagoriche, la realtà è ben diversa, tant’è che c’è pure da festeggiare quando si riesce ad avere un prato di gioco quantomeno decente.

I dati sono effettivamente sconcertanti.

In Italia quasi tutte le squadre (salvo, negli ultimi anni, Udinese e Napoli) sono in rosso.

Nessuna, o quasi, riesce a creare ricchezza, anzi la assorbe. I modelli gestionali hanno fallito e se il Parma è fallito, altre società hanno rischiato davvero il tracollo (e con loro anche le società dalle quali attingono i fondi necessari a restare in piedi).

Il Genoa (ahimè) è stata una di queste: i costi di gestione esorbitanti emersi dal bilancio 2010-2011 hanno messo in seria difficoltà le casse del patron Preziosi, già gravato da una pesante situazione economica nella holding di famiglia, Fingiochi. Per sua fortuna (e delle migliaia di dipendenti sparsi per il mondo) tutto è andato per il meglio e la società di Cogliate tornerà presto in utile, con il Genoa che è riuscito a salvare la baracca e ad avere un bilancio che si chiuderà con un sostanziale pareggio nel 2015 e sancirà il primo anno di vero autofinanziamento della società ligure.

Ma se alcune realtà, per pura necessità, hanno dovuto cambiare radicalmente la propria strategia (riducendo i costi e operando con grandissima efficacia sul mercato, dal momento che è impensabile aumentare i ricavi in maniera significativa), altre (quasi tutte) continuano imperterrite con gestioni illogiche che mirano alla mera sopravvivenza.

E la sopravvivenza non è appetibile.

Con tutto il rispetto del mondo, nessuno nel mondo guarderà mai un Chievo-Carpi. Nessuno ha interesse a guardare uno 0-0 orribile e scialbo, con uno stadio vuoto e senza atmosfera.

E non è una questione di classifica: quante volte un appassionato di calcio si ferma a guardare un WBA-Aston Villa su Fox Sports?

I dati (e non le parole) dicono che ciò accade e accade in tutto il mondo.

Ed ecco che si arriva, dunque, al nocciolo della questione, ossia i diritti TV.

Come si evince chiaramente dalla precedente immagine, le differenze tra la Premier e gli altri campionati sono facilmente riassumibili: solo in Premier, per decisione della Federazione, vi è equità nella spartizione dei diritti TV.

Noi siamo abituati a pensare che siano le compagnie televisive a decidere a chi destinare i proventi dei diritti, in base al numero di spettatori che ogni squadra porta. Questo è falso.

La ripartizione avviene secondo i dettami della Legge Melandri, nel seguente modo:

Questo grafico fa capire per quale motivo i diritti TV siano del tutto sproporzionati a favore delle prime 5-6 squadre.

Insomma, esattamente come accade in Spagna, in Francia e, in misura molto inferiore, in Germania, non si considera il campionato come un brand: solo le prime 5-6 squadre sono rilevanti ai fini della pubblicizzazione mondiale del campionato.

La domanda che ora sorge spontanea è: questo sistema paga?

A giudicare dai risultati, decisamente no.

La situazione italiana è ben nota, col fallimento del Parma (e decine di realtà minori), oltre al continuo rosso pesantissimo di quasi tutta la A, con picchi di 90 milioni di euro l’anno (vedi il Milan), senza che vi sia un reale investimento: i soldi non sono infatti spesi per costuire qualcosa di duraturo, sono semplicemente bruciati dalla gestione ordinaria.

In Ligue 1 12 società su 20 sono in vendita e sarebbe oggettivamente difficile immaginare l’opposto, con società come il Metz, l’Evian ed il Lens che non arrivano neanche a 15 milioni di euro di diritti TV.

Anche in Spagna, complice la tassazione assurda (il Barcellona viene tassato come una onlus, solo il 5% dei ricavi) e due squadre conosciute a livello mondiale, con incassi fuori dal comune, si tende a nascondere la polvere sotto al tappeto. Clamorosa fu la denuncia della tifoseria del Sevilla, quando, giustamente, essa protestò contro una decisione della televisione spagnola, ossia quella di spostare la partita Sevilla-Levante a favore della conferenza stampa pre-Clasico.

In realtà la hincha sevilliana protestò anche a causa della iniquità della distribuzione dei diritti TV (Barcellona e Real incassano 5 volte quanto il club andaluso, vincitore delle ultime due edizioni di EL).

In Germania, tolto il solito brand mondiale a nome Bayern Monaco, l’esplosione del Borussia Dortmund ha rischiato di mettere in serio pericolo le casse societarie e non si registrano altri exploit da parte di squadre teutoniche, che stanno pian piano perdendo la qualità espressa negli ultimi 5 anni, nonostante gli stadi rimangano comunque pieni (questo grazie ad una precisa e mirata gestione in questo senso, oltre ad una condizione economica generale assai superiore a quella italica).

Ad ogni modo, tutte le realtà di questi ultimi campionati, tolti i già citati superbrand (con ricavi che esulano dall’attività nel Paese d’origine), sono tendenzialmente in perdita. E lo sono, come già detto, per gestione ordinaria, non perchè facciano investimenti a lungo termine.

Insomma, solo la Premier pare essere una gallina dalle uova d’oro. Con due miliardi e 250 milioni di euro di diritti TV incassati ogni anno, le squadre si portano a casa da un minimo di 91 milioni di euro (QPR) ad un massimo di 138 (Chelsea).

Insomma, maggiore equità (un rapporto first-to-last inferiore di due volte e mezzo rispetto alle altre realtà europee, fatta eccezione per la Germania) e, quindi, maggiore interesse per il brand complessivo, a livello mondiale.

Il tutto rende appetibile questo ambiente per qualsiasi investitore e non sorprende, ad esempio, che i Pozzo abbiano dirottato molte delle loro risorse sul Watford neo-promosso, probabilmente anche per usarlo come fucina di introiti per l’Udinese stessa (che non a caso ha trovato le risorse per completare lo stadio di proprietà, secondo esempio di questo genere in Italia).

Ciò è figlio del grande lavoro operato dalla federazione britannica negli ultimi 20 anni, che portato ad un modello di distribuzione dei diritti TV unico e visionario, il quale ha dei risvolti extra-calcistici che colpiscono per la loro importanza.

Le squadre di Premier, infatti, potendo giovare di un fatturato di queste dimensioni, si permettono investimenti altrimenti impossibili (una squadra da centroclassifica in Serie A fattura 50 milioni di euro, contro i 120 di un qualunque QPR ultimo in classifica) e ciò garantisce l’ingresso di alcuni sponsor che contribuiscono ad alimentare questo circolo virtuoso.

Il vero risvolto sociale, ad ogni modo, risiede nella quantità di denaro speso dalle società inglesi per le infrastrutture che le circondano.

Queste realtà calcistiche, infatti, impiegano volentieri soldi nella loro attività e lo fanno in particolare sul territorio, con stadi di proprietà e infrastrutture connesse.

Prendiamo qualche esempio:

  • Il West Ham, con un incasso di 107 milioni di euro di diritti TV ed unfatturato di 140 milioni di euro nel 2014, sta per effettuare il completamento della ristrutturazione dell’ex Olimpico di Londra, che non cadrà così in disuso (peculiarità degli stadi olimpici, una volta finito l’evento per il quale vengono costruiti), ma ridarà anche vita ad una delle zone più degradate di Londra, ossia l’estremo est. E che dire di Boleyn Ground, per il quale è prevista la conversione in un complesso residenziale per il ceto medio, al cui interno rimarrà proprio il prato su cui gli Hammers giocheranno fino alla fine di questa stagione, al cui centro risiederà la storica statua di Bobby Moore.
  • Realtà come Manchester United, Manchester City e Arsenal continuano nella loro opera di consolidamento, con stadi (come l’Emirates e l’Etihad) e cittadelle sportive che portano lavoro e riqualificano zone abbandonate in varie zone di Manchester e Londra nord. Il City, in particolare, sta ampliando il proprio stadio e ha appena speso 200 milioni di sterline per il nuovo centro sportivo.
  • Il Tottenham si appresta a iniziare la costruzione del nuovo stadio, sulle ceneri di White Hart Lane, per un valore pari a 400 milioni di sterline,comprensivo di un albergo ed una Sky Walk sul tetto della struttura.
  • A Liverpool, sia i Reds che i Toffees dell’Everton stanno pensando alla costruzione di un nuovo stadio, con investimenti complessivi pari a 500-600 milioni di sterline.

Insomma, senza addentrarsi troppo nei dettagli di ogni singola realtà, è facile osservare come la Premier sia diventata una sorta di strumento di politica aperta espansiva a costo zero per il Governo Britannico.

La Premier fattura ogni anno 4 miliardi e 700 milioni di euro (3.3 mln sterline), e una grande quantità di essi viene trasferita direttamente sul territorio grazie ad investimenti di vario tipo. L’Italia crolla dietro a Spagna e Germania,incassando solo un miliardo e 600 milioni.

Come se non bastasse, ciò si espande anche alle realtà inferiori. La Championship inglese (seconda divisione), fatturava al 2011 quasi 600 milioni di euro (650 nel 2014), la Serie B solo 275 milioni (anche se il suo formato a 22 squadre contro le 24 della Championship). In League One il fatturato medio si aggira intorno ai 7 milioni di euro (158 milioni totali) ed in League Two, la nostra Serie D, esso è pari a 3.7 milioni di euro (per un totale di 86 milioni). Ecco perchè non sorprende che in quest’ultima categoria i 3/4 degli stadi non sfigurerebbero (anzi sono molto più moderni) rispetto agli stadi della B italiana: in maniera proporzionale gli investimenti arrivano e sono davvero consistenti (e diretti, come più volte ripetuto, direttamente sul territorio).

Quanto visto segnala, a caratteri cubitali, la differenza tra una realtà che funziona ed una che fa acqua da tutte le parti.

In Italia difficilmente siamo precursori in qualcosa, ma effettivamente l’esempio inglese segnala come il calcio possa essere usato come un piccolo strumento per contribuire alla rinascita economica.

Forse sarebbe anche l’ora che qualcuno di dovere inizi a capire che il calcio non è più solo uno sport, anche se da noi sarebbe già un miracolo ritornare a renderlo tale.

Federico Minato

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1 Comment

  1. Grazie mille per l’articolo! Vista la polemica sulla Champions tra Sky e Mediaset? A quanto ho capito con SES Astra basta installare il doppio illuminatore e si vede gratis la Champions, anche in #HD

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