MISSONI, L’ARTE, IL COLORE

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di Chiara Casuscelli

Chi avrebbe mai pensato che una piccola officina di maglieria, sorta a Gallarate nel 1953, potesse espandersi a tal punto da diventare una delle più grandi case di moda al mondo?

Il successo della maison Missoni nasce dal perfetto sodalizio tra Ottavio Missoni e Rosita Jelmini, una coppia che si è unita in matrimonio negli anni cinquanta per lasciarsi nel Maggio del 2013, a causa della morte di Ottavio. Il grande patriarca non ha potuto così assistere alla premiazione della moglie Rosita, che nel 2014 è stata insignita del titolo di Cavaliere del Lavoro dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il percorso affrontato dai due fondatori della nota casa di moda non è stato privo di ostacoli, tuttavia l’enorme creatività dei coniugi Missoni ha sbaragliato la concorrenza, stupendo con lo stile “put together”, che unisce – per esempio – i motivi d’ispirazione africana ai quadretti scozzesi e sviluppa abbinamenti cromatici elegantemente stravaganti. Proprio nell’accostamento dei colori, scelti da Ottavio Missoni, si nasconde un segreto impensabile: lui era daltonico, ma evidentemente questo aspetto non si è mai rivelato un limite creativo, perché è stato sfruttato sistematicamente per inventare uno stile totalmente nuovo e immortale.

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Vedere in modo “diverso” ha dato vita a un punto di forza essenziale, che ha garantito il successo di una casa di moda celebrata in tutto il mondo. Attualmente, proprio il museo Maga di Gallarate sta ospitando una mostra dedicata all’estro della coppia Missoni, con l’intento di mettere in risalto anche le opere di alcuni artisti del ‘900, che hanno influenzato prepotentemente l’immaginario di Ottavio e Rosita. Infatti, si è in grado di (ac)cogliere meglio l’operato della maison solo dopo aver ammirato i lavori di Wassily Kandinsky, Robert Delaunay, Luigi Veronesi, Giacomo Balla o Bruno Munari, poiché essi hanno scalfito le presunte certezze relative alla forma, dando una visione personale di se stessi e della realtà circostante. Questo è ciò che serve al fruitore, per approcciarsi più liberamente alle sale del museo Maga, perché gli arazzi di patchwork assemblati da Ottavio Missoni sono il frutto di una creatività non addomesticata da regole convenzionali, in quanto l’unica linea guida risulta essere il senso estetico dell’artista/artigiano. Ma il buongusto personale domina, inoltre, nella sezione interamente dedicata ad alcuni abiti prodotti dalla casa di moda fra gli anni ’70 e i giorni nostri, grazie anche ad una scelta espositiva sapientemente studiata dai tre curatori: Luciano Caramel, Luca Missoni ed Emma Zanella. Infatti, nella mostra tutto è riconducibile all’estro privo di vincoli, come nella sala abitata da alcuni tronchi in tessuto, che vanno a costituire un bosco in continuo mutamento a causa dei suoni e giochi di luce provenienti dall’interno degli “alberi”.

Il fruitore rimane rapito dalle atmosfere sospese che incontra durante il proprio cammino, ha la possibilità di comprende i sentieri creativi intrapresi da Ottavio e Rosita, ma può anche sbirciare dietro le quinte del processo produttivo della casa di moda, grazie alla video-installazione di Ali Kazma, posta all’inizio del percorso espositivo.

In conclusione, il museo Maga è riuscito a creare un evento stimolante, allestendo gli ambienti con meticolosità e serietà, senza mai perdere di vista l’aspetto ludico che caratterizzava il processo creativo dei fondatori della maison.

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