#STORIEDISPORT – “ABBIAMO QUARANTA MILIONI DI MOTIVI PER FALLIRE, MA NON UNA SCUSA.” RUDYARD KIPLING

penny

di Davide Beretta

Una delle domande più frequenti che riguardano il mondo del basket è “Chi è o chi è stato il degno erede di Michael Jordan?”. Kobe Bryant? LeBron James? Ognuno ovviamente ha un parere soggettivo a riguardo, ed è proprio questo che rende difficile risolvere definitivamente la questione. Ma se l’aveste chiesto a His Airness in persona alla fine degli anni ’90, lui non avrebbe avuto alcun dubbio su chi fosse stato il suo successore, colui al quale avrebbe passato la torcia.
Prima di Kobe, LeBron, Shaq, Iverson e qualsias altra stella dell’epoca, c’era Penny.
Anfernee Hardaway nasce a Memphis il 18 Luglio del 1971. La sua infanzia, come quella di molti ragazzi provenienti dal Tennessee, non fu semplice. La madre lo partorisce quando ha solo 16 anni e, dal momento che aspira ad una carriera da cantante nel mondo dello spettacolo, decide di affidarlo a nonna Louise, che lo cresce con sani principi: prima di tutto c’è la scuola, e poi, quando i compiti sono finiti, può uscire a giocare con gli amici.
La sua prima passione è il football, che viene però presto abbandonato poiché giudicato troppo pericoloso dalla nonna.
Anfernee fa allora appendere un canestro, fatto con materiali di recupero, sull’albero vicino a casa e, aiutato dall’enorme talento, comincia ad avvicinarsi al mondo del basket.

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Quando Louise lo cerca per ritornare in casa, è solita chiamarlo affettuosamente “Pretty” (carino), e così, grazie all’accento tipico del sud degli States, il nomignolo viene storpiato dagli amici in “Penny”. Ma per ora questo sport rimane soltanto uno svago per il ragazzino.
Egli se ne innamora definitivamente al liceo, sotto la guida del coach che ne migliora la tecnica al punto che, nell’anno da Senior, chiude con 36.6 punti, 10.1 rimbalzi, 6.2 assist, 3.3 palle rubate, 2.8 stoppate. Numeri incredibili. Per questo motivo viene infatti eletto “Parade magazine’s National High School Player of the Year” nel 1990.
Grazie ai buoni risultati a scuola, e alle straordinarie prospettive nella pallacanestro, Penny decide di passare al Memphis State college.
La dea bendata però, gli volta le spalle. La madre, fallita la sua carriera nel mondo dello spettacolo, torna e lo obbliga ad andare a vivere con lei. Anfernee di conseguenza smette di rispettare le regole ferree e la disciplina da sempre impostagli da nonna Louise, trascurando anche la scuola. Purtroppo fallisce l’esame di ammissione all’università, ed è costretto a trascorrere tutto il suo anno da freshman sui libri, cercando di migliorare i propri voti, per aver così la possibilità di accedere all’ateneo, alla borsa di studio promessagli, e soprattutto di entrare a far parte della squadra di basket. L’impegno e la dedizione che contraddistinguono questo suo anno lo premiano e Penny passa l’esame.

In preparazione al suo anno da Sophomore, e viste le grandi aspettative che già si hanno su di lui, viene invitato a La Jolla in California, ad allenarsi con il Dream Team delle Olimpiadi di Barcellona del 1992. Magic Johnson, dopo averlo visto giocare nella prima partitella, alla fine dell’allenamento gli si avvicina e gli dice: “Mi somigli così tanto, che ho la sensazione di guardarmi allo specchio”. Una frase del genere, detta da un atleta come Magic, è praticamente la certezza di un futuro radioso, una consacrazione nell’olimpo del basket della prossima generazione.
Ma la sfortuna si intromette ancora una volta, con un fatto tragico che ha rischiato di compromettere l’intera carriera di Hardaway. Un giorno, mentre cammina tranquillo con suo cugino per strada, una macchina si arresta in una brusca frenata accanto a loro. Due persone incappucciate scendono e li derubano. Uno di loro, prima di risalire sull’auto, spara un colpo. Fortunatamente il proiettile colpisce solo il piede di Penny, compromettendogli l’anno da Sophomore. Ma sarebbe potuta andare molto peggio.
Siamo nel 1992-1993, e il ragazzo, ora Junior, ha finalmente l’occasione di mostrare tutte le sue potenzialità. Chiude l’annata con 22.8 di media, 8.5 rimbalzi e 6.4 assist a partita con il 47.7% dal campo. Fa inoltre registrare due triple doppie e stabilisce il record di punti in una singola stagione. Viene inserito nel primo quintetto All-America, è nominato Player of the Year e vince il Naismith and Wooden Award.
Nessuno è stupito delle doti esibite da Afernee, dopotutto se anche Magic Johnson ha notato le abilità di questo ragazzo, non può essere altrimenti. Penny si dichiara quindi eleggibile al draft 1993.
Gli Orlando Magic, che avevano vinto la Lottery l’anno precedente, prendendo alla numero uno Shaquille O’Neal, contro ogni probabilità ottengono la prima chiamata anche in quell’anno.
Sin dall’inizio è evidente la propensione dei Magic a scegliere Chris Webber, stella dei Michigan Wolverines, con l’obiettivo di formare un frontcourt micidiale. Tuttavia, lo stesso Shaq chiede alla dirigenza della società di non scartare l’ipotesi Hardaway. I due si sono conosciuti sul set di “Blue Chips”, un film sul basket universitario girato un anno prima, e tra i due si è da subito creato un feeling particolare. Contrariamente al Big Diesel (uno dei tanti soprannomi di Shaquille O’Neil), coach Guokas, allenatore dei Magic, preferisce però C-Webb.
I giocatori vengono entrambi visionati ad un provino, ma l’indecisione continua, fino alla notte del draft.
La dirigenza si mette d’accordo con i Golden State Warriors, detentori della terza scelta, per uno scambio. I Magic avrebbero preso Chris Webber con la prima scelta, e l’avrebbero poi girato ai Warriors in cambio della loro scelta, ovvero Penny, e diritti su future scelte al draft.
Quando i tifosi di Orlando vedono salire sul palco C-Webb, la folla scoppia in un boato di applausi e comincia a far festa. Pochi minuti dopo, notano però che sul palco, Webber e Hardaway si stanno scambiando i rispettivi cappellini dei loro Team. Cominciano i fischi e i “buu” di tutti i supporter dei Magic. Le ragioni di questo gesto sono semplici: Hardaway è un playmaker, posizione nella quale gioca Scott Skiles, eroe della squadra, e i tifosi non vogliono che Penny abbia il suo posto.
Lo staff licenzia immediatamente coach Guokas e assume Brian Hill. Coach Hill mostra subito la sua intelligenza tattica, schierando inizialmente Penny come guardia, così che possa apprendere da un veterano come Skiles, spostandolo a play solo verso la fine della stagione, quando ormai Afernee è già entrato nel cuore dei tifosi.
Hardaway, al college, portava la maglia numero 25, e avrebbe voluto farlo anche ai Magic, dove però il numero però era già occupato da Nick Anderson. Proprio pensando al suo soprannome, “Penny”, che ricorda la moneta da un centesimo di dollaro, decise di indossare la maglia numero 1. Questa maglia l’avrebbe accompagnato per il resto della sua carriera.
Si classifica secondo nel Rookie of the Year Award, chiudendo la stagione con 16 punti, 5.4 rimbalzi, 6.6 assist e 2.3 palle rubate. E si è inoltre iniziata a formare una straordinaria intesa tra lui e il centro O’Neal.
L’anno successivo la sua maglia è più venduta di quella di Shaq, incrementa tutte le sue statistiche e guida i Magic ad un record di 39 vittorie e solo due sconfitte in casa in tutta la stagione.
Nei playoffs è una pedina fondamentale: la franchigia raggiunge per la prima volta nella sua storia le finals NBA, sconfiggendo lungo cammino anche i Bulls del ritorno di Jordan. In finale però i Magic subiscono una dura sconfitta da parte dei Rockets, che chiudono la serie con uno “sweep” (4-0), nonostante i 22.5 di media di Hardaway.
Nel 1995-1996 i risultati per la squadra non sono così eclatanti, ma i numeri di Penny continuano ad incrementare, tanto da portarlo ad essere titolare all’All-Star Game. Comincia a nascere l’idea che sia nata una nuova stella, nonché l’erede di Michael Jordan.
Nell’estate di quell’anno Shaq parte con destinazione L.A, facendo diventare Penny il “Go to guy”. Ma con l’arrivo di maggiori responsabilità, sopraggiungono anche i primi infortuni, che ne segneranno irrimediabilmente la carriera.
La stagione seguente salta le prime 23 partite per problemi al ginocchio. Porta i Magic al primo turno dei playoffs, ma non riesce ad andare oltre.
I problemi gravi iniziano nel 1997-1998, anno in cui Penny riesce a scendere in campo solo 19 volte, e la squadra fallì addirittura l’obiettivo post-season.
Il lockout del ’98 è molto utile per l’atleta, permettendogli di riprendersi completamente dall’infortunio e di poter disputare tutte e 50 le partite.
Nell’estate del 1999 diventa free-agent, e decide di cambiare squadra, dal momento che la dirigenza di Orlando non sta dando segnali di voler ricostruire una squadra di alto livello. Penny è attratto dall’idea di poter giocare con Jason Kidd, formando una delle più forti coppie di combo-guard degli anni ’90. Firma quindi una sign and Trade con i Phoenix Suns.
Purtroppo però, gli infortuni continuano e la prima stagione in Arizona, si rivela anche la sua ultima ad alto livello.
Dopo 60 partite si fa male al plantare del piede destro, e senza di lui i Suns chiudono con 11 vinte e 11 sconfitte. In questi anni forma un duo micidiale con Kidd, e quando questo è costretto a fermarsi, Penny diventa il trascinatore della squadra, portandola praticamente da solo alle semi-finali di Conference, dove viene eliminata dai Lakers.
Nel 2000-01 tornano a farsi sentire i gravi problemi alle ginocchia, che lo costringono a disputare solo 4 partite in tutto. Il suo rientro è incerto: i medici dicono che è costretto a lasciare per sempre il mondo del basket giocato. Per Penny è un colpo al cuore. Quando tutto sembra ormai finito, arriva la notizia: la diagnosi è sbagliata, e così l’anno successivo può tornare a fare quello che ama. Ma non sarà mai più quello di prima.
Per evitare che si infortuni di nuovo, viene ridotto fortemente il suo minugaggio. Viene poi ceduto ai Knicks insieme a Stephon Marbury, in quanto i Suns hanno deciso di puntare sul duo Marion-Stoudemire.
A New York prende il posto di sesto uomo, e il suo declino appare sempre più evidente, anche perchè continuamente tormentato dai problemi alle articolazioni che non gli permettono più di concludere un’intera stagione. Nel corso della stagione 2005-2006 i Knics lo inseriscono con Trevor Ariza nel pacchetto spedito ai Magic per Steve Francis. Penny ha finalmente l’occasione di tornare nel suo regno, nella squadra che lo ha tanto amato, e dove tutto è iniziato.
La fortuna, tuttavia, non sembra volergli sorridere. Ad Orlando non prendono nemmeno in considerazione l’idea di farlo entrare in squadra a causa delle sue precarie condizioni fisiche, e così lo tagliano.
Anfernee passa un intera stagione a riposo, poi all’improvviso ecco che sembra intravedersi una luce. I Miami Heat decidono di firmarlo come free-agent. Qui Penny ritrova il suo amico e compagno di squadra dei tempi d’oro Shaquille O’Neal, e comincia a credere che questa sia l’occasione giusta per ricominciare. Ma non è così.
Passano solo 16 partite, e ad Hardaway viene nuovamente rescisso il contratto. Non tornerà più a giocare.
Guardando indietro la carriera di Penny Hardaway, potremmo domandarci più e più volte “cosa sarebbe successo se…?”. Già, cosa sarebbe successo se Shaq fosse rimasto a Orlando, desideroso di vincere il titolo con Penny, invece che con Kobe? Cosa sarebbe successo se non si fosse infortunato praticamente in ogni anno della sua breve carriera? Cosa sarebbe successo se per esempio, a Phoenix, avessero continuato a puntare su un giovane ragazzo di nome Steve Nash, che avevano affiancato a Penny, anziché sostituirlo con Marboury? Ormai quel che è fatto, è fatto. Questa, come molte altre, è la storia di un potenziale Hall Of Famer NBA con una carriera e un sogno andati in frantumi.

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