#STORIEDISPORT – GLEEN RIVERS 2a parte

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di Davide Beretta

La prima stagione di Rivers da “Pro” è sorprendente per sua stessa ammissione: il suo obiettivo è quello di riuscire ad entrare stabilmente nelle rotazioni anche solo come comprimario, ma la sua efficienza e il suo contributo fanno sì che il ragazzo parta addirittura titolare in una ventina di partite, chiudendo la regular season a 9 punti e 4 assist di media.
Nell’84-85 Atlanta, nonostante l’incremento delle statistiche di Doc e i 27 punti a partita di un Wilkins sempre più protagonista, la squadra chiude con un record negativo (34-48), e non accede ai playoffs.
Rivers si è ormai conquistato il posto da titolare e la sua produzione sale fino a 14 punti e 6 assist di media in circa 31 minuti di impiego.
Il campionato seguente è molto più positivo dal punto di vista dei risultati di squadra: grazie alle mirate scelte del draft specialmente nel reparto lunghi, gli Hawks chiudono la regular season a quota 50 vittorie, eliminando i Pistons al primo turno dei playoffs, prima di essere sconfitti dai Boston Celtics. Tuttavia Glenn viene frenato dagli infortuni, riuscendo comunque ad incrementare il suo livello di gioco negli incontri di post-season disputati.
Le tre stagioni successive vedono la squadra di Atlanta innalzarsi a potenza della Central Division, sempre oltre le 50 vittorie. Il prodotto di Marquette, sempre maggiormente al centro dell’attenzione, mantiene una doppia doppia di media per due stagioni consecutive, che gli valgono la convocazione all’All Star game in cui ottiene un ottima prestazione da 9 punti e 6 assist, contribuendo alla vittoria dell’Est.
Quell’anno (1988) gli Hawks sono tra le squadre favorite per la vittoria del titolo, ma la loro corsa viene frenata ancora una volta dai Celtics in una straordinaria serie al cardiopalma, terminata solo dopo 7 partite.
Rivers, tutt’oggi, afferma di essere continuamente tormentato dal ricordo di gara 6. Nonostante chiude la partita con 16 punti e 18 assist, non riesce a perdonarsi il fatto di aver perso un pallone a favore di Dennis Johnson, che permetterà ai Celtics di portarsi in vantaggio proprio al termine del terzo quarto. Questo darà l’inerzia ai padroni di casa per poter vincere la partita e pareggiare la serie sul 3-3.
L’anno successivo la squadra viene scossa da importanti cambiamenti: arrivano infatti personalità importanti ma ingombranti del calibro di Moses Malone e Reggie Theus, i quali vanno ad intaccare la chimica perfetta che si era creata nel team nel 1988. Le 50 vittorie stagionali giungono come da consuetudine, ma Atlanta viene ancora una volta fermata al primo turno di post-season, questa volta dai Bucks.
Improvvisamente la squadra ha un tracollo. Nel 1990 chiude con un misero 41-41, giustificato solo in parte dalla miriade di infortuni che coinvolgono diversi membri del roster, Rivers compleso.
Nel 1991 allora, il nuovo coach Bob Weiss, preoccupato dal repentino declino fisico di Malone, decide di trasformare Doc nella seconda arma offensiva del team. Questo permette al ragazzo di incrementare ulteriormente le sue cifre, e i suoi punti a partita raggiungono un career high di 15.2. Ma questo non basta.
Gli Hawks vengono nuovamente sconfitti al primo turno, e questa volta la dirigenza decide che è giunto il momento di ricostruire completamente.
Così, il futuro coach di Magic, Celtics e Clippers viene scambiato il 27 Giugno 1991 in cambio della nona scelta (rivelatasi poi Stacey Augmon) del draft, e di altre due “pick” al secondo giro. E, dopo 8 anni nella capitale dello stato della Georgia, finisce proprio a Los Angeles.
Qui però, la situazione che trova non è di certo tra le migliori. Si ritrova in una squadra dalla tradizione perdente (viene da un 31-51) e difensivamente scadente (107 punti subiti di media).
Nonostante ciò è capace di integrarsi alla perfezione, a fianco delle stelle Manning, Harper e Charles Smith e, grazie anche alla presenza di un nuovo coach del calibro di Larry Brown, i Los Angeles Clippers riescono a raggiungere i playoffs, con un sorprendente record di 45-37.
In quell’anno i Clippers chiudono la stagione addirittura davanti ai “cugini” dei Lakers. Ma lo straordinario miglioramento non basta per battere i Jazz della coppia Stockton-Malone ai playoffs.
L’esperienza a L.A si rivelerà comunque fondamentale per la formazione di Doc Rivers come allenatore, soprattutto perchè ha avuto la possibilità di entrare in contatto e confrontarsi con le idee di coach Brown, da cui trarrà grandi insegnamenti.
Larry però è un allenatore che ama cambiare spesso i propri giocatori, e così Glenn si ritrova presto coinvolto in un’ altra trade che lo porta nella Grande Mela. Il ragazzo ha qui occasione di fare ulteriore esperienza come futuro coach, dal momento che ha la fortuna di essere allenato da un mostro sacro quale è Pat Riley, che grazie alla sua mentalità vincente, porta i Knicks a risultati stupefacenti. Nonostante i limiti tecnici, Riley costruisce un gruppo difensivo incredibile, che viene sconfitto soltanto dai Chicago Bulls di “His Airness” Michael Jordan.
Sfortunatamente Rivers subisce un grave infortunio al crociato, che lo costringe a disputare solamente 19 partite della stagione 1993/1994, e così a dicembre dello stesso anno, conscio di essere ormai fuori dalle rotazioni, chiede di essere rilasciato.
Per Glenn e lo stesso staff dei Knicks non è una decisione facile: il giocatore è stimato e benvoluto, ama New York, ma il suo spirito competitivo gli impone di trovare una sistemazione in cui avrebbe potuto nuovamente contribuire in maniera attiva. Riley acconsente e gli riconosce la “dote” di essere “tanto testardo che un giorno avrebbe persino potuto diventare un buon allenatore”.
Il trasferimento a San Antonio per la stagione 1994/95 risponde alla voglia del “Doc” di giocare per una squadra con aspirazioni da titolo, rimasto il suo unico obiettivo. I texani sono forti e il record di 62-20 è la naturale conseguenza dell’avere nel medesimo roster elementi del calibro di David Robinson e Sean Elliott. Le guardie titolari sono Avery Johnson e Vinny Del Negro; nel ruolo di ala grande, con quasi 17 rimbalzi conquistati a partita, c’è anche Dennis Rodman.
In questo contesto l’ormai trentatrenne Glenn Rivers non può far altro che contribuire come comprimario con 5 punti e 2,6 assist in circa 15 minuti per gara.
Nei playoffs il suo impiego e le sue prestazioni aumentano, ma ancora una volta i rivali degli Houston Rockets (futuri campioni NBA) si intromettono e abbattono i sogni di gloria del Doc, eliminando gli Spurs.
Nella stagione successiva il record rimane su standard di eccellenza (59-23), ma questa volta il cammino della post-season si arresta al secondo turno, di fronte ai Jazz. Dopo questo mesto 4-2, Rivers si convince di aver dato abbastanza e, anche a causa del netto calo del suo rendimento, prende la decisione di chiudere la carriera da giocatore.
Le sue corse sul parquet si interrompono l’11 luglio 1996, dopo 13 anni, 864 partite, oltre 23.000 minuti, 9.377 punti (10,9 ad ingresso in campo) e 4.889 assist (5,7 di media). Cifre buone, ma non trascendentali.
E adesso? Beh, Doc Rivers non poteva certo ritirarsi e fare il pensionato a soli 35 anni!
La famiglia nel frattempo, si è ingrandita con l’arrivo dei figli Jeremiah nel 1987, Callie nel 1989, Austin (ora guardia dei New Orleans Pelicans) nel 1992 e Spencer. Glenn accetta un lavoro come commentatore alla Turner Sport, canale televisivo del magnate Ted Turner, con base ad Atlanta, cogliendo l’occasione di restare a contatto con il mondo dello sport che tanto amava. Rimane inoltre agganciato anche al Texas, impiegandosi come analista per le partite degli Spurs.
Ma non è tutto tranquillo in quegli anni: nell’estate del 1997, Glenn si trova a Seattle per un torneo di golf a scopo benefico, mentre il resto della famiglia è in visita ad alcuni parenti di Milwaukee. La sua casa viene data alle fiamme da ignoti mai identificati, che la distruggono, uccidendo i cani rimasti al suo interno. L’ ipotesi di movente più plausibile resta quella del razzismo.
In ogni caso, nel suo nuovo lavoro, Rivers si rivela un commentatore arguto e preparato tecnicamente. Gli piace quello che fa…ma nella sua testa il desiderio di diventare un allenatore comincia a farsi sentire sempre di più.
Il 7 giugno 1999 arriva la chiamata tanto attesa: gli Orlando Magic, in fase di completa ricostruzione, lo vogliono sulla loro panchina. Glenn “Doc” Rivers accetta con entusiasmo, rifiutando le successive proposte di Wizards e Bucks.
Il resto è storia.

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