IL ROCK E’ MORTO, MA IL TEATRO SOPRAVVIVE

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di Enver Negroni

Giornata afosa, ci sono 30 gradi, il sole spacca l’asfalto. Sono in ritardo per l’intervista con Giovanni Epis, classe 1980, light designer, drammaturgo, direttore artistico di un progetto che si chiama Zu Garage. È uno degli otto studenti di quell’avventura amorosa che si chiamava Dams a Brescia. Laureato in teatro Epis fu trapiantato nelle terre venete, dove ha imparato il mestiere di fonico sui più grandi palchi e dove ora insegna Concert Production and Staging al Csm di Verona.
Arrivo nel luogo dell’appuntamento, vicino al teatro di Borgosatollo, un paesino all’inizio della bassa bresciana. Vedo una persona con il giubbino di pelle a sigaretta, capelli lunghi corvini curati e tenuti all’indietro come un Mohicano, occhiali da vista, jeans rotti, stivali di cuoio neri bluastri (rotti anche quelli), barba non fatta da parecchi giorni e un’aria palesemente da “Checazzocifaccioqua”. Dopo averlo salutato, ci dirigiamo in un bar in centro al paese. Troppo caldo. Ci sediamo ai tavolini e ordiniamo da bere. Si tira fuori una sigaretta e l’accende. Ci sono poche persone che hanno il potere magico di stregarti con la loro presenza. Lui, con la sua semplicità, con il suo estro da artista, mette quasi soggezione. Inizio a scavare nella sua carriera

Quando ti ha colpito l’amore per l’arte e il teatro? Mi guarda con aria attonita come se la risposta fosse la più semplice del mondo, “mi ci sono trovato dentro. I miei genitori mi hanno invogliato a fare spettacolini. L’amore per l’arte è endemico, l’amore per l’arte non nasce. Perché l’arte è tutto, sì. Uno scultore è la stessa figura di uno che sta al tornio tutto il giorno”. Rimango impressionato dalla sua frase, quasi se l’aspettasse una domanda del genere. “Chi piega le lamiere di una nave, è forse più artista di chi suona, l’arte non è una cosa che nasce, è una cosa che si vive già dentro.” Epis mi ha letteralmente stregato per i suoi modi di fare così semplici, quasi orientaleggianti, come se in ogni gesto cercasse la perfezione del movimento.

Parlami di come è nato l’Antonella e il signor Mille e da cosa nasce la sua storia. “Era uno spettacolo geniale…” Noto una certa malinconia nella sua constatazione. “È nato guardando i miei attori. Avevo tre attori, due donne bellissime e un uomo che appena mette un alluce sul palco esiste solo lui. Sono quelle doti che pochissimi hanno, come Gassman, il primo Gassman. Persone carismatiche che appena salgono sul palco oscurano tutti gli altri. Lo spettacolo nasceva da un concetto molto semplice. Se ti rimangono 3 giorni da vivere, 7 giorni, che cosa fai? Nello spettacolo non veniva mai detta questa premessa, non era esplicita. Raccontava la storia di una coppia, di un amore alle porte del buio, in cui lei, Antonella, aiutava Il Signor Mille a sperimentare tutte le cose possibili ed immaginabili, sbirciati da una vicina impicciona. Una storia semplice, però tu vedevi questo uomo che non avendo tempo cercava tempo e nel cercare tempo cercava la sua compagna. Era bellissimo. Adesso è “morto” come spettacolo, perché gli attori sono sparsi in giro per il mondo e non lo rifarei con altri attori.”

Come definiresti la situazione artistica italiana oggigiorno? “È come è sempre stata: drammatica. Non c’è mai stato un periodo storico buono. Non c’è mai stata una discesa verso il basso. Le compagnie di teatro sono sempre rimaste quelle. Non c’è mai stato un anno in cui sono diminuite. È un mondo in crisi che non è mai in crisi. È un mondo che non muore. L’uomo ha bisogno di vedere.”

Discutiamo sul perché le persone non vanno a teatro, su come la scuola abbia una funzione importante sulla cultura di un futuro cittadino e poi una domanda cruciale: Visto che la tua professione ti permette di sondare il terreno musicale, come mai dici che la musica rock è in un’onda decrescente? “Siamo in una fase di cambiamento della musica. Si sta spostando sull’Elettronica e sul digitale. Stiamo diventando tutti dei Dj. Dei Producer. Quando moriranno gli Ac/Dc, Gli Aerosmith, i Metallica, gli U2… non ci sarà più nessuno che farà 70.000 persone. C’è sempre stato un periodo di cambiamento nel mondo della musica: come dal clavicembalo si è passati al piano elettrico, alla chitarra elettrica, dalla chitarra elettrica si è passati al computer. Tutti credono che il rock n roll non morirà mai. No, si sbagliano. Morirà nel senso che si evolverà in un’altra forma. Bisogna ammettere che dai primi anni 80 in poi, non c’è stata più un’innovazione vera e propria, se non che sporadici e rarissimi casi. Continueremo a suonare, continueremo finché avremo dita e corde, ma l’evoluzione è inarrestabile e sarebbe follia impedirla. Sarebbe come se avessero bandito il distorsore al primo rock perché nuovo, o spento i sintetizzatori ai Depeche Mode perché non suonavano come un pianoforte classico seppur avessero tasti bianchi e neri. L’arte è movimento, la musica è evoluzione. Un linguaggio che muta e assume lineamenti diversi, unici.”

Divaghiamo, parliamo del più e del meno come se fossimo due persone che si conoscono da tanto tempo, senza tirar fuori nulla di personale. È incredibile come ci si può sentire fratelli avendo in comune una passione: la vita.

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