ACQUA SALATA: CADAVERI CHE GALLEGGIANO

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di Marco Bellinzona

Com’è giusto che sia, l’epoca odierna idolatra un “cosmopolitismo mondiale”. Siamo tutti fratelli, figli della stessa madre, sparsi qua e là per il mondo. Certo, la mamma ne coccola alcuni trascurandone altri, ma ci vuole bene a tutti. Siamo flora cresciuta sullo stesso suolo: talvolta vi crescono piante rigogliose e longeve, talaltra caduche o marcescenti. Ma sia alla sequoia che al salice piangente vengono riconosciuti gli stessi diritti. O meglio, questa è la bella favola; questo è ciò che si predica con la solita ipocrisia. Così dovrebbe essere. Uguali diritti, libertà di espressione, altruismo verso i più deboli, … Ma la realtà è che settimana scorsa il solito pescatore sullo scoglio del Canale di Sicilia ha visto galleggiare ben 700 cadaveri di immigranti sulle onde del mare. 700 equi diritti, 700 espressioni, 700 bisognosi affogati nella classica indifferenza italiana.

Perché riconoscere a tutti gli uomini uguali diritti se a 700 immigranti non è nemmeno concesso di vivere? Perché inneggiare all’uguaglianza se l’immigrante è reputato inferiore? Questo è l’ennesimo tassello di un mosaico, l’ennesimo tassello di uno sterminio che meriterebbe l’appellativo di genocidio.

Addentriamoci nella politica. La legge Bossi-Fini (30 luglio 2002) sancì particolari contromisure per contenere il problema. Furono molteplici i provvedimenti stabiliti: fu accordata l’espulsione degli immigranti privi di documentazione legale (permesso di soggiorno) e l’utilizzo delle navi della Marina Militare per contrastare il traffico di clandestini. La legge, tuttora in vigore, consente respingimenti effettuabili anche in mare (acque extraterritoriali) in base ad accordi di cooperazione di polizia tra l’Italia e i Paesi vicini, come la Libia. Per gestire i controlli sono stati creati i CIE, “Centri di Identificazione ed Espulsione” (un tempo CPT, “Centri di Permanenza Temporanea”) soggetti spesso a rivolta per le difficili condizioni ed il sovraffollamento degli extracomunitari. Minori concessioni ai clandestini, volte a porre un limite all’influsso incondizionato di immigranti verso il nostro paese. Tuttavia è opportuno ricordare che l’Italia resta un paese aperto all’immigrazione (certo, con le dovute contromisure): le dogane italiane non negano l’accesso a immigranti “legali”. Possiamo dire che l’Italia possiede un piano per contenere il fenomeno, sebbene spesso e volentieri gli sforzi contro l’illegalità risultino vani o insufficienti. Ma qui non è questione di sapere “cosa fare in caso di”, bensì “come evitare che”. Gli extracomunitari dotati di permessi non riscontrano particolari problemi. L’Italia gli predispone una buona accoglienza. Ma i clandestini, per quanto possano essere “illegali”, partono alla volta di un futuro migliore, con tutte le incognite di “chi sa quel che lascia ma non ciò che trova”. Risultato? Un barcone affonda e trascina con sé 700 persone. Il sogno di una vita migliore annega nella acque salate del Mare Nostrum. E proprio nostra è la responsabilità. Sicuramente non siamo accusabili di aver forato la stiva dell’imbarcazione, ma si dovrebbe cercare un rimedio. È questa la nostra responsabilità: fornire un rimedio. Non dobbiamo accontentarci di leggi per difendere il nostro mare e la nostra terra! Urge un sistema, una soluzione per estirpare il problema dalla radice. E da qui emergono varie posizioni. In primis Alfano, convinto che sia opportuno smantellare i barconi ancor prima che possano salpare. Il Capo dello Stato Mattarella pressa l’UE affinché vengano intraprese contromisure più consistenti contro il fenomeno. Natasha Bertaud, portavoce in materia di immigrazione nell’Unione Europea, ha avanzato il piano condiviso di Alfano: promuovere una missione civile finalizzata allo smantellamento delle imbarcazioni per evitare esodi in mare aperto che rendano il Mediterraneo un cimitero a cielo (anzi mare) aperto. Ma di provvedimenti concreti non s’è ancora vista l’ombra.

Non è sufficiente limitarsi egoisticamente a proteggere la terra dall’illegalità. Va individuato e applicato un sistema per risolvere il problema degli immigranti, onde evitare che in futuro si ripeta una strage come quella di settimana scorsa. Intervenire direttamente sugli aridi territori da dove parte l’emigrazione (anzi l’esodo) cosicché non si ripetano più stragi come questa. Concretamente, dobbiamo intervenire non tanto per evitare l’immigrazione ma per impedire che centinaia di corpi senza vita galleggino nei nostri mari.

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