INCOSCIENTE

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di Enver Negroni

Era un giorno qualsiasi. Ordinaria amministrazione: esci dall’università, carico di stanchezza e la mente annebbiata dalle nozioni imparate per un lavoro che a stento riuscirai a trovare, ti improvvisi centometrista per raggiungere l’autobus, carico come una stiva di un peschereccio e speri soltanto che quella balena a quattro ruote raggiunga la stazione prima che parta il treno. Guardi fuori dal finestrino: frenesia da formica. Tutti che corrono in in una gara senza senso per raggiungere il posto di lavoro, casa, l’amante, la pizzeria. L’unica cosa che vorresti fare è salire sul treno e addormentarti e risvegliarti a casa.

Scendi dall’autobus, mancano 5 minuti al treno. Sudore freddo, battito accelerato, scarpe scricchiolanti e inizi a correre, come se quel treno fosse l’unica modo per sopravvivere all’inferno della vita moderna. Scendi gli scalini della stazione, sgusci nel corridoio, binario 1, binario 2, binario 3, binario 4, salti sulla rampa di scale e arrivi al binario, ti butti come un sacco di patate nel vagone insieme ad altra gente. Da una balena ad un carico di bestiame… Stiamo tutti ammassati, d’altronde è l’ora di punta, sono le 18… Riesci a prendere un posto per misericordia e ti lasci andare. Un certo tanfo di water sporco ti arriva sotto il naso. Il posto più odiato del mondo: quello vicino alla toilette. Adesso ti aspetta un’ora di treno. Un’ora passata a leggere ascoltando discorsi della gente che non vuoi ascoltare, ti improvvisi psicologo della mutua e guardi distrattamente dal finestrino. Le stazioni passano lentamente una dopo l’altra. Alla penultima stazione prima della città, nella carrozza entra un personaggio che potrebbe stare solo nei libri di Bukowski o di Miller: tipo sulla quarantina, corporatura non certo di un palestrato, ma neanche di chi è un frequentatore assiduo del Mcdonald(Vedere Una foto di Axel Rose ultimamente), capelli scompigliati e unti, con degli occhi che parevano annebbiati da dubbi esistenziali come dove prendere la prossima bottiglia di vino. Attraversò il corridoio arrancando e, vedendo che non c’era posto, andò nell’altra carrozza. L’odore acre e pungente si mescola a quello dolciastro del vino rendendo la puzza ancora più nauseabonda. Arriva un altro personaggio: 50 d’anni, evidentemente un homeless, abiti sudici e lerci, zoppica e si muove con una stampella presa chissà dove. Passa anche lui nell’altra carrozza. I minuti passano interminabilmente. Non ce la fai più, vuoi arrivare a casa, devi andare al bagno, vuoi farti una doccia. All’improvviso si sentono delle urla, non ci fai tanto caso, “Siccome il treno cigola troppo, staranno parlando a voce alta”, pensi. La porta si apre e una nonnina impaurita e tremante annuncia “Di là se le stanno dando!” ovviamente tutti i passeggeri non la ascoltano perché sono impegnati a guardare il cellulare o ad ascoltare la musica. Essendo l’unico idiota che aveva un libro e dotato un po’ di senso civico, mi sono alzato per andare a separare le persone. Nel momento in cui apro la porta vedo un pugno arrivarmi in faccia, al che istintivamente chiudo la porta, provocando non poco dolore al tipo sbronzo di prima. Già, lo sbronzo e lo zoppo stavano facendo a botte. Allora decisi di fare la cosa più saggia: andare a chiamare il controllore. Io, io che sono uno studente universitario, magro come un chiodo, tappo, col mal di gambe perenne devo andare a chiamare il controllore. Fosse stato vicino… era a metà treno. Attraversai di corsa il serpente di ferro e lo incontrai mentre stava facendo una multa ad un tredicenne senza biglietto. “Scusi, in prima carrozza si stanno pestando.” “Come si stanno pestando?” “Eh, si se le stanno dando anche forte”. Allora mi segue e chiama la polizia alla radiolina. Arrivati nella carrozza della colluttazione rimango esterrefatto: questi 2 pazzi che si pestano all’ultimo sangue nel corridoio e le persone che rimangono impassibili. Il controllore va su tutte le furie e s’incazza e riusciamo a separarli. Dopo aver ristabilito la calma, il bigliettaio mi fece un cazziatone che manco mia madre m’ha mai fatto. Potevo farmi male, m’ha detto. Potevo finire all’ospedale, m’ha detto. Impulsivo come mamma m’ha fatto gli ho risposto così: “ Se ci fosse un po’ più di senso civico, probabilmente non sarei stato solo io ad intervenire, ma tutti quelli del vagone”.
Arrivati a destinazione la polizia prese in custodia i due wrestler e li portò in centrale.

Incominciò a piovere. Erano le sette e mezza di sera. Non avevo l’ombrello. Tutti andavano per la loro strada con lo sguardo chino e la testa nella piscina dei pensieri.

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