INDONESIA MON AMOUR

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di Manuel Leale

C’era una volta il cinema action hollywoodiano, fonte inesauribile di eroi, violenza e battute sagaci. Reso grande da palestrati carismatici e più minuti, ma sempre agguerriti, interpreti, svettava imbattibile nell’Olimpo della settima arte statunitense, insegnando al mondo che muscoli, armi e arti marziali potevano risolvere i mali del pianeta. Si sa, però, che niente dura in eterno e con i cambiamenti sociali cambiano anche le mode e i gusti degli spettatori, anche in fatto di eroi. In quest’ottica, Hollywood è ormai da anni incapace di presentare qualcosa, in campo di action movie, che faccia saltare dalla sedia e gridare al miracolo, limitandosi a copiare, adattare e sperare che, spolpando all’osso l’attuale trend, i guadagni continuino a riempire le casse. Dopotutto di fumetti ce ne sono così tanti…

Con buona pace di coloro che avrebbero preferito un articolo di turismo indonesiano, si sarà ormai capito che questo non lo è. Quello che state leggendo, invece, è la summa di ciò che il cinema action hollywoodiano dovrebbe tornare a essere, se solo smettesse di parodiare se stesso e prenderci per i fondelli vomitandoci in faccia arcobaleni. Prequel, reboot, ma soprattutto remake, quelle dannatissime operazioni commerciali di cui forse ne funzionano due su dieci, rovesciate come giocattoli da uno scatolone e sparse nella speranzosa convinzione che, nel mucchio, salti fuori il film che piaccia alla massa.

Se credete di aver appena letto una sciocchezza, badate bene al consueto modus operandi: quando un film in lingua non anglofona ha successo, i produttori statunitensi orgasmano e si adoperano per un remake acquistando i diritti per la distribuzione, salvo poi tenerli volutamente congelati fino a quando il loro rifacimento non esce sul mercato. In genere, questo simpatico stratagemma ha quasi sempre la meglio e per reperire l’opera originale occorre spesso arrabattarsi come dannati, pregando che l’amico cinefilo ne abbia una copia reperita in luoghi che non volete conoscere, oppure vagando sul web come pornodipendenti in cerca dei primi provini di Jenna Haze.

La parola chiave del precedente pensiero, però, non è “provini”, ma “quasi”. Sì, perché a volte, purtroppo molto raramente, capita che la forza di un film sia tale da non permettere ai produttori/distributori americani di utilizzare la loro strategia bellica e a quel punto abbiamo la fortuna di godere dell’opera originale in tutto il suo splendore.

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Violento, squassante, onesto splendore, se i film in questione sono un trittico di debordante azione composto da Merantau (2009), The Raid (2011) e The Raid 2: Berandal (2014).

Dall’Indonesia con furore, il regista e sceneggiatore gallese Gareth Evans insegna al mondo cosa significa action movie, e lo fa nel modo più classico possibile: assolda veri artisti marziali, imbastisce trame dignitose supportate da semplici, buone e funzionali sceneggiature e scatena combattimenti così belli e brutali che in confronto i cinecomics della Marvel sembrano pigiama party per lattanti. Ma soprattutto, riesce a infondere un realismo invidiabile di corpi, movimenti e colpi massacranti, un’armoniosa danza di violenza e morte che nel cinema moderno non ha paragoni, nemmeno con i film di quel Prachya Pinkaew che, nel 2003, impose l’attenzione di tutti gli appassionati sulla Thailandia e sul talento spettacolare di Tony Jaa. Anzi, a differenza del cinema di Pinkaew e del mai abbastanza compianto Panna Rittikrai, coreografo di Ong Bak e The Protector, i tre film di Evans si distinguono per la chiara volontà del regista di creare opere complete e non solo spettacolarizzazioni delle capacità atletiche dei suoi attori. E, a questo proposito, Iko Uwais, Yayan Ruhian e Cecep Arif Rahman gli rendono il lavoro facile.

Artisti marziali, prima ancora che interpreti, sono esperti praticanti di Pencak Silat, arte marziale originaria del Sud Est asiatico, sistema di combattimento che è al tempo stesso forma d’arte ed esercizio spirituale. Il Silat indonesiano è aggraziato, potente, e nell’economia del combattimento non sperpera tempo ed energia in fronzoli o esagerazioni: colpisce duro e spezza.

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Con queste premesse, Gareth Evans si trova fra le mani praticanti eccezionali, votati unicamente alla riuscita dei film alla quale partecipano. Nessuna primadonna, nessuna voglia di primeggiare per guadagnare notorietà, Uwais e compagni si integrano nella narrazione in modo umile e costruttivo, dando vita a scene d’azione di raro impatto emotivo e di sprezzante forza visiva, coadiuvati da un gruppo di stuntman completamente indifferente al concetto di dolore fisico estremo. Così estremo che se non c’è scappato il morto è un puro miracolo.

In mezzo, a fare da collante, la scrittura del regista gallese è attenta, precisa e curata, mai messa volutamente in secondo piano, e dona a tutto l’insieme cinematografico un respiro unico, come non si vedeva da molti anni. Una boccata d’ossigeno così carica che ti stende col sorriso.

La trilogia di Evans è un crescendo di qualità, attenzione al dettaglio e ottimo stile registico, una sorpresa che dall’Indonesia proprio non ci si aspettava. Merantau è l’inizio che lascia intravedere la tempesta, sebbene acerbo è un’opera prima solida nella sua semplicità, un dramma marziale capace di meravigliare con scene ben studiate, costruite e coreografate. Segna l’esordio al cinema di Iko Uwais, ex autista del settore telecomunicazioni e praticante riconosciuto di Pencak Silat, il cui viso imberbe e da bravo ragazzo è un biglietto da visita ambiguo: gentile, umile, ma anche fulmineo, rapido, esplosivo, uno di quelli che potresti sfottere per il faccino pulito da cocco di mamma, per poi ritrovarti a terra con il naso frantumato senza capire quando e da dove è arrivato il colpo. Può non essere un attore da Oscar, causa inesperienza, ma quando combatte è poesia in movimento.

Dopo Merantau è la volta di The Raid, il fulmine a ciel sereno, capolavoro action dal ritmo veloce, serrato, spietatamente equilibrato nonostante la maggior parte del film sia un piede sull’acceleratore, una folle corsa a chi picchia più forte. Emozionante, sanguigno, divertente e pregno di un’inventiva che fa scattare l’applauso, è un’opera d’inesorabile forza che lascia il segno.

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Il terzo tassello è The Raid 2: Berandal, finora il lavoro di più ampio respiro di Evans, il film che avrebbe potuto confermare oppure rovinare quanto di buono fatto in precedenza. Le preoccupazioni durano però pochi minuti, quanto basta per i primi due combattimenti, orge di pugni e calci, coreografie di drammatica e intensa brutalità. Berandal è un viaggio iperviolento e senza pietà nel letale vortice del potere e della corruzione. Si potrebbero scrivere numerose pagine, ma la sostanza è che questa terza opera può essere considerata nuova pietra di paragone per chiunque intenda cimentarsi in film d’azione. Centocinquanta minuti che entrano nelle ossa, neanche fossimo stati noi a menare le mani al posto di Iko e colleghi, senza sbavature, fronzoli, tempi morti, una traversata di grande cinema dove ogni cosa è al posto giusto e dove si perdona anche una sottotrama trattata, forse, frettolosamente. The Raid 2, grazie all’ottima e ispirata regia, alla sua sceneggiatura sapientemente equilibrata e grazie ai formidabili interpreti, è puro godimento, da lacrime agli occhi.

Roba che a Hollywood, attualmente, posso permettersi soltanto come materiale da masturbazione per i loro sogni più sfrenati. Benvenuta Indonesia, benvenuti Iko e Yayan, benvenuto Gareth Evans.

Chapeau.

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