ROBERT CAPA IN ITALIA 1943-1944

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di Chiara Casuscelli

Nella lotta armata gli edifici bombardati si sgretolano, mentre i civili coinvolti nei raid aerei perdono permanentemente parti di sé. Chi restituirà loro un braccio, una gamba o alcuni stralci di dignità rubata? Non tutte le mutilazioni inflitte dalle guerre si palesano alla vista, perciò diventa arduo ricostruire gli equilibri psicologici dei corpi dilaniati e ripristinare uno stato di fiducia tra individui, permettendo ad ognuno di loro il superamento dell’odio reciproco.
L’unico strumento che possa permettere di (ri)creare un legame empatico fra esseri umani, si cela nella narrazione enfatica degli eventi distruttivi. In questo modo, viene istituito un vocabolario emotivo atto a regolare la coscienza individuale, inducendola a ripudiare il male inflitto: mostrare il dolore provato dalle vittime, rappresenta l’unica strada percorribile per indurre il soggetto ad opporsi nei riguardi di un possibile conflitto. Infatti, la guerra nasce e muore attraverso le azioni dell’individuo, essa «è un inferno che gli uomini si sono fabbricati da soli», come disse il famoso fotografo Robert Capa (1913-1954).

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I suoi scatti colsero contraddizioni, sofferenze e alcuni attimi di rara serenità vissuti durante le azioni belliche. Capa fu uno dei più importanti esponenti del fotogiornalismo internazionale, perché viaggiò con le truppe militari attraverso numerosi campi di battaglia: la guerra civile spagnola, il secondo conflitto sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del ‘48 e la prima guerra d’Indocina. Proprio in quest’ultimo conflitto, il fotografo ungherese perse la vita calpestando una mina antiuomo. Si trovava in Vietnam ed era il mese di Maggio del 1954, lui aveva solamente 40 anni.
Capa visse le brutalità della guerra e riuscì a raccontarle senza moralismi, ma nonostante l’incredibile esperienza raggranellata attraverso i conflitti vissuti, non riuscì mai ad accettare la violenza dirompente della battaglia. Però fu in grado di strumentalizzare tutto il dolore circostante, dandogli una ragion d’essere attraverso la fotografia.
Proprio in merito al lavoro svolto, John Steinbeck disse: «Capa ha dimostrato oltre ogni dubbio, che la macchina fotografica non è un freddo oggetto meccanico. Come una penna, è potente come la persona che la usa. Può essere l’estensione della mente e del cuore».

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Allo Spazio Oberdan di Milano si possono ammirare 78 fotografie in bianco e nero, che furono realizzate in Italia tra il 1943 ed il 1944 proprio da Robert Capa, durante la seconda guerra mondiale. Egli visitò alcune città del Mezzogiorno, raccontando storie uniche attraverso i volti rassegnati di cittadini confusi e depredati della propria identità. Riuscì a realizzare dei ritratti incisivi, relativi al conflitto che stava dilaniando ogni mattone del «bel paese là dove ‘l sì suona».
Il dolore rappresenta un filo conduttore che collega le opere esposte allo Spazio Oberdan, perché quando la violenza serpeggia nelle viscere di una comunità, non c’è più distinzione tra il soldato americano, quello tedesco e il cittadino comune: i volti si confondono, mentre la dignità di ognuno non ha più valore.
Capa è riuscito a trasmettere un senso di compassione anche nei riguardi di un soldato nemico riverso a terra, ucciso brutalmente durante uno scontro a fuoco. Infatti è l’attenzione al dettaglio che impone un sentimento empatico nei riguardi del militare, perché nello scatto si colgono gli effetti personali dell’uomo deceduto: un sacchettino semiaperto con dei cracker sparsi per terra, un rasoio per farsi la barba ed altri oggetti che restituiscono umanità al “cattivo”.
In un’epoca traboccante di parole, l’arte ha acquisito il potere di attribuire un nome alle cose, riconsegnando un’identità agli individui. Questo è uno dei tanti motivi per cui valga la pena visitare la mostra dedicata al genio e al coraggio di Robert Capa.

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