IL NEGOZIO DELLE CHIACCHERE

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di Linda Moranzoni

Lucio è malato di cancro.
I medici gli hanno dato 100 giorni di vita e lui ha deciso di viversi questi ultimi tre mesi e qualcosa al meglio che può, ignorando quello che lui chiama l’Amico Fritz, il cancro appunto.
“Cento giorni di felicità”, questo il titolo del famoso libro di Fausto Brizzi che ha spopolato a fine 2013.
Non è di certo mia intenzione quella di farne una recensione: andate in una qualsiasi libreria e la sua copertina, specie se siete degli assidui frequentatori del girone dei golosi, vi colpirà immediatamente.
Una bella ciambella colpirebbe chiunque, no?

Quello su cui vorrei farvi porre l’attenzione io, invece, è uno dei fatti raccontati all’interno del libro: a un certo punto il nostro protagonista, tra le sue peripezie, si imbatte in un “negozio di chiacchiere” il cui gestore è tale Massimiliano. Segni particolari del negoziante: settant’anni ben portati, ex poliziotto in pensione, nessun parente vivo, SOLO. Massimiliano è solo e per di più annoiato. Anzi, annoiato a tal punto da decidere di adibire il suo salotto ad uno spazio in cui scambiarsi chiacchiere con tanto di insegna sulla strada e vetrina.

Non ci crederete, ma questo pezzo del libro mi ha dato da pensare come poche cose prima nei miei ventidue miseri anni di vita.
Facendo mente locale e osservando le persone che incontro quotidianamente – principalmente giovani – l’impressione che ho avuto è che le nostre chiacchiere siano assolutamente vuote. Ci limitiamo a chiederci semplicemente “A che ora prendi il treno?”, “Usciamo stasera?”, “L’hai visto quel film?” e così via.

E così, forse anche smossa dagli argomenti presentati a lezione da quel vecchio professore di Psicologia Sociale, sono arrivata ad una conclusione che, a mio modesto modo di vedere le cose, non posso che definire infelice.
Abbiamo relegato i grandi dibattiti nelle aule di università e i nostri sentimenti più profondi nelle pieghe più nascoste delle nostre circonvoluzioni cerebrali. Per cosa poi? Perché abbiamo vergogna.

Sfido chiunque stia leggendo questo articolo a parlare di qualche tema lievemente più aulico della discoteca al sabato sera o della partita di pallone della domenica, quale uno stralcio di un libro che vi ha smosso qualcosa o un pensiero che i più definirebbero “un po’ così”, senza diventare improvvisamente attori di un monologo davanti a dei veri e propri spettatori sbigottiti, che il massimo che possano regalarvi non si avvicina nemmeno lontanamente a un eloquente plauso di consenso, ma sarà più simile ad un cenno col capo appena accennato accompagnato da un banale monosillabo tristemente rubato all’inglese. Per capirci, si proprio quello: “ok”.

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Insomma, in nome della desiderabilità sociale venderemmo persino l’anima al diavolo: guai a esprimere un pensiero scomodo, guai a esprimere un’opinione, guai a non uniformarsi, guai a uscire fuori tema! Giammai! Tutti ci guardano e soprattutto, tutti ci giudicano. “Non fare così perché poi pensano che…”, “Non dire così perché poi ti prendono per scemo”, “Non dire…”, “Non fare…”, “Non pensare”, eccetera, eccetera, eccetera.
E pensare che una volta si diceva “Il mondo è bello perché è vario”, ma dove diavolo è andata a finire la bella varietà? Io non la vedo più: sembra che normalità sia diventato sinonimo di uniformità e chi non si uniforma, chi, per capirci, non ha lo smartphone all’ultimo modello, chi non si veste trendy, per dirla con i soliti luoghi comuni, ma anche chi non la pensa come i più, è tagliato fuori e non è altro che un outlier del sistema.
Se a tutti i costi volete essere additati come quelli che stanno giusti giusti sulla curva della normalità, per favore, fatelo nella vostra unicità: non adeguatevi per fora alla massa in nome di un ideale inesistente che non vi appartiene e non sentite vostro, trovate un modo per dire al mondo che ci siete, qualunque esso sia!

E vi dirò di più, anche contro i miei stessi interessi e la mia categoria, ma devo proprio dirvelo: se avete bisogno di parlare, fatelo con chi vi sta vicino fatevi ascoltare, ma non da “uno bravo” (uno psicologo, insomma), ma da un vostro pari. In questo modo riscoprirete il piacere della condivisione e del dibattito, troverete qualcuno che, non solo vi ascolterà volentieri qualunque sia l’argomento, ma di più, condividerà con voi i suoi stessi pensieri, dubbi, ansie e problemi.

Fate in modo che non serva il fatidico “negozio delle chiacchiere”.
Fate, invece, in modo che i vostri problemi, anche i più blasfemi, si incontrino con quelli di qualcun altro trovando terreno fertile.
Allora non parleremo più di un negozio, ma di un “giardino delle chiacchiere”, il cui fiore più bello trova le sue radici nella condivisione.

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2 Comments

  1. A conferma della tua tesi, metterei anche gli argomenti di cui si parla su Facebook. Foto di serate, musica e qualche pseudo discussione calcistica. Sfoghi e poco altro. Se uno pubblica qualcosa di minimamente più introspettivo o che richiede un’analisi un po’ più profonda, non viene assolutamente ascoltato.

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